Un’altra parabola dalla penna del nostro (ormai) amico Matteo: il campo seminato a zizzania.
Zizzania: una terribile erba infestante che si arrampica e soffoca la pianta buona e – dice la parabola – grano buono e erba malvagia crescono insieme, convivono, devono spartirsi il terreno. La saggezza del padrone ci stupisce: rimanda a casa propria gli zelanti servi che volevano un bel prato all’inglese, devotamente motivati a strappare la zizzania, "Pazienza", dice il padrone, per non correre il rischio di strappare il grano buono nella foga risanatrice.
Parabola luminosa, evidente, quella di oggi: la Parola seminata domenica scorsa, il Regno di Dio cresce spartendo il campo con la tenebra, l’oscurità, la zizzania. E’ l’esperienza che tutti i figli della luce prima o poi fanno: dopo duemila anni di Vangelo, talora proprio nei paesi tradizionalmente cristiani, l’erba malvagia sembra soffocare l’annuncio di salvezza. A parole tutto funziona, ma nei fatti dobbiamo arrenderci all’evidenza: nonostante Cristo ci abbia salvato, l’uomo stenta ad imparare. Attenti, amici, a non cadere nella solita lamentazione di noi pii cattolici incompresi dal mondo malvagio eccetera… la salvezza è cosa seria e il Maestro Gesù sa che luce e tenebra si affrontano. Ma che le tenebre fanno più rumore. Sfogliate un qualche quotidiano e vedrete litanie di fatti orribili, leggerete del punto di non ritorno di molte situazioni, di raccapriccianti fatti di cronaca, di situazioni di ingiustizia all’apparenza insanabili; bene: voltate pagina e vedrete l’ultima notizia di gossip, la pubblicità del nuovo ritrovato per restare in forma venduto a caro prezzo. Non c’è che una cosa peggiore del male: abituarsi ad esso, renderlo quotidianità ineluttibile, fingere di ignorarlo, pensare che fra luce e tenebre – forse – è in fondo meglio vivere in un bel nebbione.
In equilibrio fra delirio di onnipotenza per cui il male è sensazione soggettiva, ed un vetero-moralismo che troppe volte rende noi cristiani rabbiosi farisei, la Parola di Dio squarcia le tenebre con un’idea immensa: pazienza. Pazienza figli del regno, pazienza, lasciate fare a Dio il suo mestiere. Pazienza, discepoli del Maestro, viviamo tempi bui, in cui la ragione e la fede devono farsi strada con fatica in mezzo all’indifferenza e all’insignificanza. Pazienza, discepoli del Nazareno, la guerra è già vinta, il giorno è avanzato, la verità – immensa – come torrente sotterraneo sta raggiungendo il mare. Io credo questo, amici, sul serio, credo che il Regno avanza. E mi stupisco nel crederlo, mi commuovo davanti al silenzioso grano che cresce nello sguardo di chi ama, nel gioco puro del bambino, nel gesto generoso di chi – in nome e per conto del Rabbì Figlio di Dio – pone gesti di luce nelle tenebre fitte. Pazienza, discepoli di colui che è venuto a portare il fuoco, pazienza nelle nostre povere e poco credibili comunità parrocchiali, pazienza nel vedere – nude – le fragilità dei nostri compagni di viaggio, pazienza quando un connaturale istinto di superiorità ci fa giudicare – con piglio tutto devoto – i fratelli che ancora (e sempre) misureranno la loro debolezza.
E – infine – pazienza con te stesso, fratello che leggi. Sappiamo bene che la voglia di dividere il mondo in buoni (noi) e cattivi (loro) ha portato i discepoli su orribili sentieri di violenza, in passato. No: come raccontava Youssef, parroco palestinese di una comunità mazziata da arabi e israeliani, per i cristiani il nemico non è mai l’altro, è dentro ciascuno di noi. Allora, senza cadere in perniciosi autolesionismi, guardiamo dentro noi stessi la zizzania (e – per una volta – chiamiamola per nome!) e guardiamo al grano buono seminato dal Signore. Pazienza, amico che leggi, se ti sembra che troppe tenebre ancora rovinino la tua vita: abbiamo tutta la vita per imparare a vivere, pazienza se pensavi di essere un prete migliore, un catechista migliore, un marito migliore: talvolta la bruciante esperienza del limite (Pietro insegna) ci spalanca la diga della misericordia. E ci rende simile a questo saggio padrone del campo.

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