La gioia, dicevamo domenica scorsa, nella quotidianità e la possibilità di vivere (e sopravvivere) al natale-melassa che sta in agguato. E’ il leit motiv della mia riflessione, quest’anno, la consapevolezza sconcertante, tragica, che duemila anni di cristianesimo non hanno scalfito la tristezza di quanto vivono il natale come il peggior giorno dell’anno. E tra le luci e le copertine patinate c’è la solita retorica: `E’ natale, sii felice`. Bene grazie. Perché mai dovrei essere felice? Per quale dannato motivo devo essere felice se non ho ciò che mi serve per celebrare il natale che mi viene servito ogni dieci minuti nello spot in tivù? Molti, il ventiquattro, non faranno il cenone; per molti (troppi!) questa festa non farà che acuire la sofferenza, molti la passeranno da soli o sfollati o scontenti… perché cavolo dovrebbero essere felici nel vedere ciò che loro non hanno?
Il natale tarocco propone tutti questi valori: pace del cuore, gioia, serenità, bontà; ma non spiega come ottenerli, si limita a venderli. Dice: `se fai così, se ti adegui a questo standard sarai felice`.
Natalevero dice quasi la stessa cosa. Ricordate Paolo domenica? `Rallegratevi sempre nel Signore`.
E Sofonia? `Tu sei la gioia di Dio`. E oggi, alla vigilia di Natale, torna lo stesso tema, se possibile ancora più intenso. Leggete l’incontro fra le due donne nel Vangelo: è tutto un sussulto, un complimento, Giovanni Battista che riconosce il Messia dal grembo e scalcia; Elisabetta, anziana donna che vede imprevedibilmente realizzato il suo agognato sogno di maternità e fa i complimenti alla piccola cuginetta Maria. Maria, ancora scossa da quanto le è successo, che comincia a ballare e a fare i complimenti a Dio che la salva. Si sente la tensione, lo stupore, l’inaudito che si realizza. E’ vero, allora, Dio ha scelto di venire, Dio si rende presente, Dio – il Dio d’Israele – è qui. Non sono solo le promesse del vecchio rabbino di Nazareth che sospirava, allo Shabbat, seguendo con il dito la pergamena consunta del rotolo di Isaia. E’ vero, è tutto vero, Dio viene, finalmente. E le due donne urlano e cantano e danzano e piangono nell’assolato cortile di casa della vecchia Elisabetta. E quello splendido pancione col bimbo che scalcia è la presenza del profeta che indica il Messia. E tutto accade, accade, come il più inatteso e improbabile dei sogni che si realizza, come se la storia e la vita e l’universo danzassero nel vedere queste donne cantare l’assoluta follia di Dio.
E questo scatena la gioia, contagia, stupisce…
Stupisce soprattutto vedere Maria ed Elisabetta, che non se l’aspettavano, perché decisamente fuori dai canoni dell’altronatale. Povere entrambe, nate in un tempo senza hi-tech e vacanze, senza possibilità di finire sulle copertine, senza lavori da donne-manager, Maria ed Elisabetta rappresentano l’assoluta mediocrità, la totale normalità, proprio quella che noi rifiutiamo continuamente cercando di uscire fuori dal pantano dell’anominato.
Ecco, questa sì che è una buona notizia: puoi essere felice anche se povero e sfortunato, puoi realizzare la tua vita anche se abiti in un paese arido e senza poesia, puoi essere ricolmo più di un re perché ascolti la Parola che Dio ti vuole dare.
Dio viene per colmare il tuo cuore: questa è una buona notizia. Buon Dio! Se vi dicessi: hai una vita riuscita, un lavoro che ti realizza e che ti da’ vagonate di soldi, una casa da sogno, una splendida moglie, figli educati e sensibili, il salone di casa con l’alberone e le luci e il clima di festa giusto perciò sii felice, cosa dico di straordinario? Che buona notizia è? Un Dio che da’ pace alle persone già felici? No: la cosa inaudita è proprio il contrario, la felicità è altrove, è la salvezza di un Dio che ti ama talmente da consegnarsi come un neonato, è una felicità accessibile anche al povero, anzi forse più ancora al povero perché più disposto, più accogliente. La buona notizia è che Dio è accessibile, è semplice, è diverso. Diverso dalle nostre paure, diverso dai fantasmi che ci perseguitano.
Diverso. E Maria e Elisabetta ora lo sanno e cantano, dicono, raccontano. Raccontano dell’opera di Dio, la leggono scolpita nella storia degli uomini, la rintracciano nelle pieghe della fedeltà di un popolo di salvati – Israele – cui noi e l’umanità deve moltissimo. La loro gioia dilaga perché ora vedono chiaro, luminoso, evidente, mozzafiato il pensiero di Dio disegnarsi nella loro piccola storia, usarle, coinvolgerle.La gioia come dimensione essenziale del Natale. La gioia del sentirsi ed essere veramente salvati da Dio. Siamo veramente nel cuore e nel desiderio di Dio!
Un suggerimento, amici: regalatevi, in questo natale, dieci minuti di orologio per fermarvi e aprire lo sguardo – finalmente! – su ciò che Dio sta compiendo nella storia, nella vostra storia. Animo, amici, buone notizie, buone notizie…

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