Un altro peccatore pubblico, quello di oggi, un altro che – come il lebbroso di domenica scorsa – non suscita commozione nella folla ma, al limite, commiserazione: chissà che peccato avevano commesso i suoi genitori per dare alla luce una persona così! Ma, grazie al cielo, un gruppo di amici non si scoraggia e – impietositosi – lo cala davanti al Signore, scoperchiando il tetto di frasche. Gesù lo vede, ne prova rispetto e lo perdona. Ma come, direte, questi chiede di essere finalmente guarito e Gesù lo perdona? Sì, certo, egli sa che esiste una disgrazia più terribile di quella di essere paralizzati: avere il cuore inaridito dalla tenebra del peccato.
Difficile parlare di peccato in questi nostri tempi. Una scorretta e approssimativa interpretazione della parola ci ha fatto diventare il peccato insignificante e noioso oppure grottesco e opprimente. Niente di più reale del peccato, esperienza quotidiana di chi ha il coraggio di restare ancorato alla verità. Purtroppo, però, il concetto di peccato ci richiama subito alla memoria il rischio della depressione, dello scoraggiamento. Ecco allora che la nostra contemporaneità ha allegramente declassato il peccato a improbabile invenzione dei preti. Allegri, amici! Finalmente il peccato non esiste più, abbiamo deciso che è solo una supertiziosa credenza del passato! Bene, sono proprio felice. Ma allora da dove viene tutta l’inquietante e sottile disperazione che vedo malamente nascosta dietro le facce di circostanza dei miei tanti amici? Il peccato esiste, amici, e dobbiamo temerlo e riconoscerlo e affrontarlo prima che ci paralizzi in una rasserenante rigor mortis. Nella Scrittura, nel primo testamento il peccato indica una disobbedienza all’indicazione di quel Dio che ti ha liberato dall’Egitto. In altre parole: Dio ti ha costruito, sa come funzioni, ti indica la strada per vivere bene, ti indica la strada verso la pienezza della gioia. Non vuoi seguire i suoi precetti? Auguri! Siamo – spesse volte – come quel mio amico che diceva: ` Ma guarda un po’ quel commerciante, non solo ha voluto i miei soldi per la sua lavatrice, ma pretende anche che legga il suo libretto di istruzioni!`. No, amici, io non trovo in me la risposta alle domande della vita, non basto a me stesso, non conosco in verità la strada della felicità e – credetemi – non mi umilio nel fidarmi in un Dio ragionevole e buono che mi porta verso la pienezza. Gesù, poi, compie un passo ulteriore: nel nuovo testamento la parola peccato, nella maggior parte dei casi significa il fallire un bersaglio, come una freccia che goffamente devia il proprio tragitto. Splendido!Il peccato è ciò che non mi realizza, ciò che mi impedisce di realizzare ciò per cui esisto. Il papa, pieno di ammirazione davanti al Mosé di Michelangelo, chiedendo lumi al genio sulla sua opera, si sentì rispondere: `E’ stato semplice: ho preso un blocco di marmo e ho tolto via tutto ciò che non è Mosé`. Ecco, il peccato è tutto ciò che non è Mosé, tutto ciò che ci rende diversi dal capolavoro che Dio vuole che diventiamo. Perciò è per noi indispensabile poterci liberare dal peccato, volare liberi e in alto e poter correre come il paralitico guarito… Il peccato, più che offesa a Dio, è offesa a ciò che siamo chiamati a diventare. Allora, amici, il riconoscere la propria colpa significa prendersi in mano, diventare grandi, prendere coscienza, capire che il proprio limite non è una gabbia che ci imprigiona ma lo spazio in cui siamo chiamati a realizzarci. Il nostro Dio, dice Gesù, è un Padre che perdona, che resitituisce dignità, che rende liberi di amare. In equilibrio tra malsane macerazioni e disistime e pericolose supponenze, il discepolo sa quel che vale e perciò il proprio peccato non lo spaventa. Tutti portiamo nel cuore delle tenebre, delle cose che ci spaventano, delle pulsioni che ci turbano, oscure. Le tenebre esistono, inutile nasconderle. Ma inutile anche lasciarsi influenzare: non lasciamo che le tenebre parlino la nostro cuore, così che la nostra vita, come quella del Maestro, diventi un unico, grande, ripetuto `sì`.

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