Gridatelo sui tetti! L’invito, pieno di drammatica passione, ci viene dalla voce stessa di Gesù, nella sua ansia di inondare il mondo con la sua Parola, con la sua esperienza. Gridarlo sui tetti: che Dio è grande, che Dio ci ama, che Dio è presente, come il cuore dell’innamorato che, gonfio, vuole comunicare a tutti la sua esperienza. Che Dio non lascia cadere neppure un piccolo passero e quindi con quanta tenrezza ama l’uomo! All’uomo indifferente oppure travolto dal caos della vita , Gesù annuncia il tenero volto di un Dio che cammina con noi. Gridatelo sui tetti! E mi vengono in mente tutte le situazioni in cui ci vergognamo di essere cristiani, in cui precisiamo di credere, sì, ma con molte parentesi, con molte obiezioni, per non sfigurare daventi alla "modernità". In fondo in fondo abbiamo paura della nostra fede, crediamo di dover quasi scusarci per credere, che le nostre ragioni vacillino davanti al pensiero contemporaneo. Ma è così? Forse sì, per molti. L’idea che la fede sia una concessione archeologica a soggetti particolarmente fragili ed emotivi in fondo contagia anche noi. Ma è così? Abbiamo bisogno di approfondire la nostra fede, di scrollarle di dosso la polvere dell’abitudine e del tradizionalismo, per riscoprire il volto straordinariamente umano e compassionevole, credibile e ragionevole del Dio di Gesù Cristo. Gridatelo sui tetti! Non nelle Chiese, non nelle sacrestie, non al piccolo gregge, ma nella piazza, al bar, in ufficio. La fede è stata a lungo nascosta nei tabernacoli, senza avere il coraggio di contagiare la nostra vita. Non è forse questo il dramma della nostra fede? Quello di essere timidamente rintanata in angusti spazio dello Spirito? Non è forse perché Dio è stato cacciato dalla nostra economia, dalle nostre scelte, dalle nostre famiglie, dalla nostra cultura, per essere idolatrato nel tempo del sacro che molti uomini guardano con sospetto al Vangelo, quasi fosse una rinuncia alla piena umanità? No, fratelli. No, amici. Gridiamolo sul tetto questo Vangelo, facciamocene carico, entriamo nella compagnia di chi prende sul serio l’ansia di pienezza che inquieta il Signore. Intendiamoci però: niente integrismi in questi tempi di eccessi. D’altronde vivere il Vangelo con serietà non porta in alcun modo ad agire senza il rispetto stabilito dalla carità. Ma, lo sappiamo, il problema al momento attuale non è quello di urlare, ma di narrare il Vangelo, il rischio non è l’integrismo ma l’insignificanza. Un cristianesimo ridotto ad etica o ad aiuto sociale perde completamente di vista questa esigenza di totalità e di globalità che il Signore vuole da noi. "L’amore ci spinge", diceva san Paolo. Sì: è l’amore per Dio e per l’uomo che fa gridare sui tetti, è la percezione della salvezza che può riempire i cuori che ci fa uscire per indicare a chi vive nella paura e nella solitudine che esiste una pienezza e che questa pienezza ha il volto e lo sguardo di Cristo. Ma fare questo, credetemi, costa. Costa in sguardi sospettosi, in battute rispetto all’eccesso di proselitismo, in giudizi, in manipolazioni (c’è di moda, sul lavoro, di affibbiare al cristiano molto più lavoro, perché, pare, sia tenuto a far favori …), in scelte dolorose (a favore della vita, di rinuncia ad atteggiamenti). Insomma: essere cristiani sul serio costa. Mi viene quasi da dire: quanto ti costa essere cristiano? Nulla? Brutto segno … Ebbene, nella fatica della testimonianza il Signore ci assicura che siamo nel cuore di Dio, nella pienezza della sua attenzione. Amati, saremo in grado di gridare il Vangelo con la nostra vita.

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