Il posto è una balconata sulla vallata centrale, poco sopra il limite dei mille metri, immerso in un fitto bosco di conifere, accarezzato da un costante vento che mitiga il caldo sole estivo. Vi sorge una discreta villa unifamiliare, immersa nel bosco, che in questi giorni ospita un piccolo ottantenne tedesco, timido e riservato, Joseph Ratzinger, scelto dai successori degli apostoli per portare la croce che fu di Pietro.
Les Combes è un villaggio di una delle mie parrocchie e, come molti di voi sanno, per quindici giorni all’anno mi fregio dello scherzoso titolo di “parroco del Papa”.
I giornalisti, è il loro mestiere, cercano un qualunque evento da poter lanciare tra le fauci dei lettori distratti, venti righe a metà fra il gossip estivo e le note di colore. Ma hanno vita dura i poveri vaticanisti che si aggirano sconsolati in paese: il Papa è in vacanza, sul serio, non c’è nulla da dire.
Per dare un contentino alla curiosità popolare ieri sono circolate delle immagini girate ad hoc dal Centro Televisivo Vaticano: il Papa che suona Bach al piano, che si affaccia al balcone, che prega, che legge.
Che sia questa la vera vacanza?

Stanchezza
Alzi il dito chi non si è mai sentito stanco, esausto, scoppiato.
Non parlo, ovvio, della stanchezza esteriore, ma dell’innaturale stanchezza che prende ciascuno di noi alla fine di una settimana lavorativa passata non a lavorare a picco e pala ma davanti ad un bizzoso computer o imbottigliati per due ore al giorno nel traffico; parlo di quella più drammatica, quel dolore sordo che ti prende in pieno petto quando meno te lo aspetti, magari quando la tensione per un lavoro si è sovrapposta alle preoccupazioni in casa, parlo dell’urlo straziante di Munchiana memoria che alberga in fondo al nostro cuore, quel dover sempre a tutti i costi dimostrare di valere, di essere un buon marito, una brava madre, un buon prete, l’urlo profondo di stanchezza, di urgente ed ineludibile bisogno di senso, di gioia, di pace che si sfoga (ma pensa!) quando ci lasciamo travolgere dall’euforia collettiva per avere vinto una partita di calcio.
Oggi parliamo proprio di questo bisogno, cari amici, parliamo del fatto che se non troviamo un senso alla nostra vita, se non arriviamo a capire la ragione per cui siamo nati allora – prima o poi – scoppiamo.
E scoppiamo scappando o tacendo o stordendoci o illudendoci che alla nostra felicità manca qualche decina di cavalli nel motore della nostra auto o qualche ruga in meno.

Il Nazareno
E Gesù vede, se ne accorge, ne prova compassione, tenerezza.
La sua non è una tenerezza sdrucciolevole e finta.
Il suo è un accorgersi pieno di autentica compassione, di condivisione adulta del sogno e del dolore degli uomini.
Gesù conosce il dolore perché è uomo fino in fondo, perché ama davvero questo Dio timido e pieno di esperienza.
Gesù vede che i suoi stanno scoppiando, come tanti miei confratelli che incontro e che mi fanno segno con la mano di quante parrocchie gli hanno aggiunto come se dovessimo serrare le fila e tappare i buchi invece di costruire comunità, Gesù vede i suoi pieni delle preoccupazioni dei malati che chiedono una guarigione e penso alla mamma stanca di non dormire – tre figli in tre anni – che ha pianto sulla mia spalla non più di due ore fa; Gesù sa che abbiamo bisogno di dentro, di pace, di luce, di vacanza.
Vacanza bella non piena e stupida, non stordente e chiassosa.

Vacanze
Non vi è mai successo? Hai preparato un viaggio con cura, lo hai atteso, hai comprato le cose per il viaggio, un po’ eccitato e preoccupato e poi ti sei trovato agli antipodi del mondo su una spiaggia o nella città dei grattacieli con un senso di smarrimento nel cuore, perché tu sei sempre lo stesso, anche abbronzato sulla spiaggia e se non trovi senso viaggi senza mai arrivare.
Il Signore ci propone di passare le vacanze con lui, nel silenzio, nel deserto, ci chiede di fidarci, di guardarlo negli occhi, perché lui è il pastore che si commuove della fatica delle pecore, il pastore che non vuole a tutti i costi venderci qualcosa.
Gesù propone ai suoi di andare in disparte, con lui, a riposare un po’…
La vacanza è il momento in cui andare in disparte e riposarsi un po’ con il Signore Gesù.
C’è il rischio di vedere la vacanza come un momento di euforia, di eccesso, di esteriorità.
Le vacanze, specie quelle che permettono viaggi lontani, sono sempre più diffuse ma sono davvero occasioni di rispetto e confronto con culture diverse? Di approfondimento della complessità dell’uomo?
Sappiamo cogliere la vacanza come un dono, come un momento di ascolto e di confronto con gli altri, uscendo dal nostro orizzonte e dai nostri giudizi per accogliere con dignità la vita di altri popoli?
Fate come Benedetto: mettete nella valigia un vangelo e un libro di spiritualità!
Abbiamo sempre pronta la scusa di non avere tempo da dedicare alla preghiera: perché non ricavarlo durante il tempo del riposo?
Il Signore ci invita a riposarci, ad andarcene in disparte certo, ma con lui, per ritrovare l’armonia tra il corpo e lo spirito che la frenesia del lavoro spesso interrompe.
Una seconda, consolante parola, per tutti gli altri.
Per quelli, la maggioranza (!), che non hanno, né avranno la possibilità di fare vacanza, specialmente per quelli che d’estate vivono ancora più soli: gli anziani, gli ammalati, le persone separate, chi è in difficoltà economica.
Il Signore guarda la folla e prova compassione, si commuove, perché, allora come oggi, noi uomini siamo come pecore senza pastore.
Animo, amici! Il Signore non si dimentica di noi, non ci lascia soli, diventa nostro pastore.
A questo Dio di tenerezza e di compassione sappiamo rivolgere il nostro sguardo e la nostra preghiera.

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