Ultimo atto del nostro mini-cammino di conversione: dopo esserci chiesti se Dio sia già nato nei nostri cuori, dopo avere indagato su dove ci stia portando il nostro cammino ed eventualmente corretto la rotta, abbiamo incontrato la grande figura di Giovanni che – malgrado l’apparenza fallimentare e nascosta del Messia – viene invitato a guardare ai segni di salvezza che il Signore dissemina nella nostra vita.
Ed oggi, a poche ore dalla grande notte, la Parola di presenta un secondo straordinario personaggio che vive l’attesa: Giuseppe di Nazareth. Povero Giuseppe, quante gliene sono successe nella vita! Dapprima Dio che gli ruba la ragazza, poi la fatica – lui falegname abituato a pialla e chiodi – di dover capire un bambino così straordinariamente ordinario ed una moglie (amatissima) tutta avvolta dal Mistero. Infine ci siamo messi anche noi cristiani a riempire i buchi che il vangelo lascia ampiamente scoperti, come se non bastasse ciò che oggi Matteo ci racconta di Giuseppe, inventandoci un’improbabile figura del silenzioso falegname di Nazareth per soddisfare la nostra curiosità.
Di lui – oggi – ci vengono dette tre cose. Anzitutto Matteo inizia il suo Vangelo con una sterminata genealogia (che probabilmente il vostro "don" ha tagliato per non allungare i tempi della messa!) con tutta una serie di nomi che ai bazzicatori di Scrittura dicono molto: da Abramo fino a Davide, fino a Giuseppe. In mezzo troviamo nomi di santi e peccatori, grandi personaggi ed illustri sconosciuti, come a dire che Giuseppe è uno della promessa, uno che viene raggiunto dall’ostinata volontà di Dio di salvare il mondo attraverso l’esperienza povera e travolgente di Israele. Di più: Giuseppe è uno dei nostri, di radici nobili – annovera il re Davide fra gli avi – ma semplice e povero come i più. Nella logica di Dio non servono masters e premi nobel per essere collaboratori della salvezza. Dio viene nel mondo, dunque, stanco di essere frainteso, convinto di potersi dire più chiaramente a questa ottusa umanità che continuamente abbraccia gli idoli della propria adolescenziale emotività. E gli serve aiuto: Maria, Giuseppe, gente semplice, gente vera e disponibile. Tra Maria e Giuseppe c’è amore, Matteo solo pudicamente, come Luca, ci dice del loro rapporto. Sono "promessi sposi", cioè più che fidanzati nella cultura di Israele. Per un anno – fidanzati – potevano vivere coniugalmente senza però coabitare. Perciò l’unico che sapeva che quel figlio non era suo era proprio lui, Giuseppe. Osiamo immaginarci la notte insonne di Giuseppe che viene a sapere della gravidanza di Maria? Cos’avrà pensato di lei? Quanta sofferenza e dolore nel suo cuore… dunque si era sbagliato a stimare questa ragazza di Nazareth? La legge chiedeva che Maria venisse denunciata e – di conseguenza – condannata a lapidazione. Giuseppe la ama, vuole salvarla, trova un escamotage: dirà che è stufo di lei, la ripudierà dicendo che non la vuole più in moglie, salvandole la vita e l’onore. Matteo – da buon ebreo – descrive questo atteggiamento come "giusto". Giuseppe è "giusto", cioè irreprensibile, autentico, onesto, di alto profilo; non giudica secondo le apparenze, pur ferito a morte, sa superare il suo orgoglio e usa misericordia verso la donna che ama. "Giusto" come i giusti dell’antico testamento, come i pii davanti a Dio, come i retti di cuore che tanto la Scrittura loda. E – durante la notte – il sogno, l’invito a fidarsi, a dare una improbabile chiave di lettura a questi eventi che significa abbracciare l’inaudito di Dio. E – leggete, ve ne prego! – Giuseppe si sveglia e dà retta all’angelo e prende con sé la follia di Dio.
Grande, immenso Giuseppe. Quante cose ci dici, oggi, quanti suggerimenti ci dai tu, uomo abituato alle poche parole e a stare defilato e che pure sei stato scelto come tutore e custode di Dio.
Giuseppe ci insegna anzitutto che Dio – lui sí – è fedele, che mantiene le promesse di salvezza, anche se queste promesse, alle volte, devono attraversare i cuori e storie di molte generazioni prima di potersi realizzare. Giuseppe ci insegna ad essere giusti, retti, a non giudicare secondo le apparenze, a lasciar perdere questa mania dell’apparire e dello stupire a tutti i costi, ad avere più tenerezza che giustizia, a saper intravedere il mistero anche dietro le vicende all’apparenza più evidenti. Giuseppe c’insegna ad avere il coraggio del sogno, in questo mondo disincantato e cinico; lui, grande sognatore, vive l’interezza della sua vita dietro ad un sogno, piega la sua volontà e il suo destino alla volontà sorniona ed impudente di Dio che gli chiede di mettersi da parte per lasciare spazio al suo inaudito progetto di incarnazione. Uff!

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