"La bellezza salverà il mondo", l’affermazione, contenuta in uno dei romanzi dello scrittore russo Fedor Dostojewski, ci introduce benissimo a questa inusuale seconda domenica di Quaresima. Come dicevo l’altra domenica, dovremmo avere iniziato questi 40 giorni di deserto col desiderio reale di fare diga dentro di noi alle cose provvisorie, caduche, superficiali, per arrivare al nostro "io" più vero e profondo; e questo attraverso la preghiera, la penitenza e il digiuno e l’elemosina. Oggi, però, il Vangelo ha ben poco di "quaresimale". Siamo sinceri: alla parola "quaresima" non sentiamo il desiderio di assumere uno sguardo triste e cupo, di immaginarci qualche forzata rinuncia per assolvere a qualche precetto? Cosa c’entra la pagina di oggi che sembra mettere le ali alla nostra vita interiore? Cosa c’entra tutta questa gioia e questo stupore degli apostoli col tempo mortificato del deserto? Pietro e gli altri sono esterrefatti da quanto accade: il Gesù maestro, profeta affascinante, si rivela per quello che è; ed è un’esperienza travolgente, di bellezza sconfinata. Qaunto dobbiamo recuperare questa dimensione della bellezza nella nostra vita cristiana!Gli apostoli, inaspettatamente, si ritrovano a contemplare quel maestro Gesù di Nazareth che si rivela loro nella sua forma più autentica di Figlio di Dio. Sembra quasi una anticipazione della Resurrezione che, forse, nell’intento del Signore, serviva a dare agli ignari apostoli quel po’ di coraggio necessario per affrontare il grande scandalo della croce. Alla fine della trasfigurazione gli apostoli non vedono che "Gesù solo". Certo: il momento in cui raggiungiamo attraverso la preghiera e la contemplazione il volto di Gesù Risorto, vivo qui e adesso, e ci troviamo davvero scossi e scombussolati da una tale manifestazione, non vediamo che Gesù solo. Solo lui nelle nostre scelte, nei nostri fratelli, nelle nostre giornate. Più volte lo abbiamo detto e ancora lo ripetiamo: la fede non é semplice adesione intellettuale, é coinvolgimento radicale, esperienza misteriosa di questo Dio che é altro da noi (non sentimento, non impressione, non scelta ma manifestazione). Di questa esperienza i cristiani parlano, a questa esperienza vogliono condurre nel misterioso intreccio delle libertà (mia e di Dio) ogni fratello che si lascia avvicinare dal Vangelo. Pietro Giacomo e Giovanni, da ora in avanti, avranno sempre e per sempre impresso quel volto trasfigurato, quel Dio ora chiaramente leggibile nella natura più profonda. Non é questa forte esperienza che manca, spesse volte alla nostra tiepida fede? Eppure: tutti siamo chiamati a salire sul Tabor, tutti siamo chiamati, dopo avere seguito Gesù nella sua predicazione, affascinati dal suo modo nuovo di parlare delle cose di Dio, a riconoscere in Lui il Volto. Ma questa inaudita e straordinaria esperienza, ci ammonisce Paolo scrivendo a Timoteo, non é merito nostro o nostra conquista: é dono totale e gratuito di Dio che ci "dona ogni cosa" nel suo figlio Gesù. Ma, se é vero che non é nostra conquista salire sul Tabor, é vero però che é nostro compito far sì che questo possa avvenire. E qui riprendiamo il senso profondo, di vivificazione, della nostra penitenza quaresimale: permettere che Dio possa manifestarsi. Come? Fidandoci, partendo, come Abramo che segue l’invito di un Dio di cui non sa nulla. Partire significa credere in questo Dio di cui mi fido e che mi invita a compiere gesti che alle volte non capisco in profondità, rinunciando ai miei progetti per accogliere il suo Progetto. E’ il salto della fede, il fidarsi ciecamente di un Qualcuno su cui ho scommesso tutto. Abramo non capisce, stenta, tentenna, obbietta. Ma si fida. E questo fidarsi, dura prova nella sua vita, lo fa morire ai suoi progetti per diventare, secondo la promessa, padre di una moltitudine: i credenti, appunto, che, dopo di lui, rifanno questo percorso di fiducia per arrivare fino a Dio. Tabor, quindi, come meta della nostra Quaresima. Per non vedere che "Gesù solo" occorre fidarsi come Abramo, rinunciando al proprio egoismo, salire (faticosamente!) dietro al Maestro per riconoscerlo come Messia. Questa mortificazione-vivificazione ha in gioco la presenza stessa di Dio!

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