Pietro ha assaporato l’amarezza del suo cuore: la sua spregiudicata e generosa professione di fede (“Tu sei il Cristo”) non ha tenuto in contro in che modo Rabbì Gesù vuole essere Messia, perdendo la sua vita. Pietro, abbiamo visto, prende da parte Dio e gli insegna a fare Dio, a non scoraggiare il morale delle truppe, ad evitare, lui che può, la sofferenza.
Pietro pensa come pensiamo tutti: la sofferenza è una tragedia, beato Dio che la può evitare.
“No – dice Gesù – la sofferenza può diventare un modo di esprimere l’amore”.
Gesù ha deciso: andrà in fondo alla sua missione, costi quel che costi.
Pietro è attonito, così gli altri. Gesù insiste: essere discepoli del Dio che egli annuncia significa prendere la propria croce e seguirlo.
Prendere la croce, non subirla.
Prendere la croce, non cercarla, perché Dio non ama la sofferenza ma la sofferenza, talora, è inevitabile.
Prendere la croce e seguirlo: Gesù per primo ha voluto portare su di sé lo sconcerto del dolore dell’innocente.

Cupezze
Gesù, oggi, si confida con i suoi, parla delle sue preoccupazioni: ormai sa che le cose potrebbero precipitare. Non sono bastati i suoi discorsi, il suo modo nuovo e sereno di parlare di Dio, non sono bastati i segni eclatanti, non è bastato il suo volto sorridente perché la gente, infine, capisse che Dio non è quello sgorbio che portiamo nel cuore.
La folla, dopo i primi entusiasmi, si è raffreddata: Gesù è un bidone, un bluff.
I romani sono ancora lì, il Regno nuovo di Davide inesistente, i miracoli pochi e ambigui.
Le cose hanno preso una piega inattesa, devastante, Gesù, turbato, è disposto ad andare fino in fondo al suo disegno d’amore, è disposto a donare la sua vita e ne parla con i suoi, cerca conferma, conforto, incoraggiamento.
Intorno a sé Gesù ha gli apostoli: con loro ha condiviso tre anni della sua vita, giorno e notte.
Sono amici, discepoli, compagni di sogni e di Mistero, cercatori di Dio, da loro Gesù si aspetta una parola.
Meschinità infinite
E invece nulla, Gesù riceve in risposta dai suoi un imbarazzato silenzio e, subito dopo, Marco (cioè Pietro) annota un fatto da far accapponare la pelle: “avevano discusso tra loro di chi fosse il più grande”.
Gesù parla della sua morte e loro stanno distribuendosi i posti, litigano sui privilegi, misurano le priorità.
Gesù cerca conforto e riceve meschinità, attende un consiglio e annega nell’indifferenza.

L’immenso
E Gesù, l’immenso Gesù, il Rabbi Gesù, questo Dio paziente e misericordioso, ancora una volta si mette da parte, non pensa al suo dolore, insegna: “tra voi non sia così…”
Che emozione, amici.
Che tristezza.
Tristezza, sì, perché gli apostoli ci assomigliano, siamo loro simili anche in questa piccineria insostenibile.

Silenzio
Gesù si mette da parte.
Non è l’esatto contrario di ciò che immaginiamo di Dio? Un Dio autosufficiente e certo, un Dio bastante a se stesso, un Dio che mette la sua eternità al centro, un Dio sommo egoista bastante a se stesso?
Dio è bisognoso di ascolto, Dio sa mettersi da parte perché Dio è l’amore assoluto, l’amore finalmente realizzato.
Gesù condivide in tutto la fatica e la fragilità degli uomini ma non lascia che la paura soffochi l’amore.
Vedo Gesù mettersi da parte e penso alle tante volte che ho visto uno sposo farsi da parte, una madre passar sopra alla sua stanchezza per ancora donare e amare, segno fecondo di un’umanità nuova, un prete che vede anno dopo anno il proprio entusiasmo soffocare sotto il peso di una sterile quotidianità.

Ex Principi della Chiesa
Gli apostoli “Principi della Chiesa”?
No, miseri peccatori sono, miseri e meschini, come me, come voi.
Che ce ne saremmo fatti di splendidi discepoli?
Cosa avremmo capito, noi discepoli, dalle loro vite perfette?
Nelle loro fragilità scopriamo le nostre, nelle loro piccole miserie rispecchiamo le nostre e ne proviamo vergogna.
Al Rabbì dobbiamo guardare, non a noi, non alle nostre rivendicazioni ecclesiali, al nostro metterci a confronto per individuare chi abbia il carisma più efficace.
La Chiesa non è la comunità dei perfetti ma dei perdonati.
Caramente gli apostoli pagheranno la loro supponenza: davanti allo scandalo della croce e davanti alla loro paura ritroveranno l’autenticità del loro cuore e diventeranno – finalmente – capaci di amare.
Non scoraggiamoci dei limiti della Chiesa, dei limiti della nostra esperienza cristiana: al Signore dobbiamo guardare, non alle nostre più o meno evidenti coerenze.
Sogno delle comunità capaci di ascoltare il Maestro – e anche la sua sofferenza – e capaci di superare gli inevitabili piccoli conflitti che sorgono al proprio interno.
Ma non dobbiamo aspettare troppo, la conversione bussa alla porta, l’esperienza quotidiana ci dice che viviamo in un tempo in cui essere davvero discepoli può costare fatica e persecuzione.

Nella prima lettura si afferma una verità cruda e inoppugnabile: il virtuoso infastidisce, irrita, sembra giudicare col suo comportamento. Alla persecuzione, alla presa in giro non rispondiamo con violenza, né con paura o vergogna: scegliamo di essere discepoli di quel Maestro che preferì morire piuttosto che usare violenza. Anche noi, a partire da noi stessi, dice Giacomo, possiamo diventare costruttori di bene, edificatori di pace. Infantile questo discorso? Pieno d’illusione? Ingenuo? Sì, certamente, per l’appunto il Signore ci chiede di imitare i bambini!"
E davanti alla fragilità della Chiesa non piangiamoci addosso, né sentiamoci migliori ma imitiamo frate Francesco poverello che “decise di cambiare li costumi della chiesa a partire da se medesimo

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