Convertirsi alla gioia, per non continuare a cercare tra i morti uno che è vivo.
Non è facile, lo so bene. Forse è la conversione più difficile che dobbiamo operare, dopo avere creduto nel Dio di Gesù. Ma necessaria, per superare la devozione al crocefisso, per non restare inchiodati al venerdì santo. Tutti siamo capaci di condividere un dolore, tutti vediamo in quel Dio sofferente la proiezione delle nostre tante sofferenze. Ma condividere la gioia è tutto un altro paio di maniche.
Tommaso crede, infine, vedendo il Maestro che lo raggiunge in mezzo a quei fratelli fragili e incoerenti cui Tommaso non da più credito, ma che, comunque, continua ad amare. La gioia cristiana, tristezza superata, scaturisce dall’esperienza di un vita comunitaria non ostacolata dal limite del nostro essere (poveri) uomini.
L’apparizione sul lago di Tiberiade chiude il cerchio, e ancora ci racconta la fatica degli apostoli a convertirsi alla gioia.
La scelta di Pietro di tornare a pescare è una delle pagine più tristi dell’intero Vangelo. Tornare a pescare significa chiudere la parentesi Gesà, significa tornare alla vita di prima, dimenticare l’esperienza travolgente di quei tre anni passati a seguire l’uomo più straordinario della storia.
Ma Dio ci raggiunge alla fine della nostra notte, quando tutto sembra perso, quando l’animo è stanco di combattere e cede allo sconforto. Lì, sulle sponde del lago, Gesù li aspetta, e li invita a prendere il largo, di nuovo. Prendere il largo: fidarsi ancora, come è successo tre anni prima, alla fine di una notte simile, umida e infruttuosa. Pietro e gli altri sentono un tuffo al cuore: chi osa tanto? Chi usa le stesse parole di Gesù, lo stesso ardire di consigliare a degli esperti pescatori di pescare sul fare del mattino?
La pesca, miracola, accade, nuovamente. E Giovanni, il discepolo amato, lo riconosce.
L’amore riconosce sempre l’amato; il cuore, spesso, è più intuitivo ed immediato del ragionamento. Sulla sponda Gesù li attende, chiede loro il pesce che hanno pescato. Tutti tacciono. E’ lui, certo, ma nessuno osa dirlo. Troppe ferite, troppa fragilità nei loro cuori, troppa stanchezza e rabbia verso loro stessi per osare ancora dubitare. Momento sereno, disteso, in cui tutto sembra diverso. Gesù è vivo, è lì, la loro tristezza si cambia in gioia, la tristezza viene superata.
Ma resta un’ultima prova, la più difficile, la più devastante.
Pietro viene preso da parte: tre volte ha negato di conoscere l’amico e il Maestro, tre volte il Signore gli chiede di amarlo. E la risposta di Pietro è un capolavoro che non notiamo nella povera traduzione italiana. Le prime due volte Gesù gli chiede di essere amato di amore totale, puro. Pietro risponde di essere capace di amare di amore fraterno. L’ultima volta è Gesù che gli chiede di essere amato di amore fraterno, e Pietro si intristisce: è stato Dio a dover abbassare le pretese.
Ora Pietro è pronto ad accompagnare i fratelli, ora che conosce il suo limite, ora che non si lancia più in spericolate e ingenue manifestazioni di fedeltà, sarà capace di capire il limite dei fratelli, il limite nostro. Per gioire dobbiamo accogliere la nostra povertà, darle un nome, ammetterla. E affidarla alla tenerezza di Dio.
La Chiesa che segue il risorto, convertita alla gioia, sarà guidata non da un guru perfetto e ascetico, ma da un rozzo pescatore generoso e irruento che, conoscendo il proprio limite, non si spaventerà di quello dei fratelli e non li giudicherà.
La rete, piena di centocinquantatre grossi pesci, il numero di specie di pesci conosciute all’epoca di Gesù, secondo san Girolamo, è l’immagine efficace della Chiesa fatta da persone molto diverse, da noi, che non spezza la rete.
Ecco, amici, questa è la storia, questo il percorso. Possiamo uscire dalla nostra tristezza insieme, radunati dal Maestro, dimentichi delle nostre povertà, obbedendo alal sua Parola che ci invita a prendere il largo, senza paura, attenti a riconoscerlo con amore presente nel nostro quotidiano.
Superate la tristezza, vi prego, il Signore è risorto. E noi con lui.


Grazie ai tantissimi che mi hanno scritto: un’emozione forte, un sostegno al mio piccolo servizio settimanale della Parola. Un abbraccio forte alle coppie presenti a Valtournanche: siate segno della tenerezza di Dio.

don Paolo

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