La durezza con cui il padrone se la prende con gli operai della prima ora, nella parabola della scorsa domenica, ha lasciato perplessi molti di noi. La chiave di interpretazione, dicevo, è in quel denaro, salario minimo per una famiglia ai tempi di Gesù, che il padrone generosamente dona (un modo galante e dignitoso di fare l’elemosina a chi ha lavorato un’ora soltanto) e che, al contrario, viene negato dagli operai della prima ora. Ma un secondo tema, ancora più spinoso, va affrontato: la diversità tra il pensiero degli operai delle sei del mattino (`A noi darà di più!`) rispetto alla loro affermazione (`Dà loro di meno`). Forti con i deboli e deboli con i forti, pavidi e piccini, gli operai della prima ora non hanno il coraggio di esprimere il loro giudizio. Esiste una crasi, una distanza tra ciò che pensano e ciò che dicono.
So che qualcuno resterà sconcertato dalla mia affermazione, ma in questi vent’anni di frequentazione della Parola di Dio ho maturato una convinzione: Gesù ci presenta il volto di un Dio benevolo e pieno di tenerezza, paziente e misericordioso che perde le staffe solo di fronte ad una cosa.
Il peccato? No, l’ipocrisia.

Tra il dire e il fare
Quella di oggi è la parabola del dire e del fare: Gesù racconta di due figli che cambiano idea, uno dice `sì` ma non fa, l’altro dice `no` ma ci ripensa e fa.
Gesù è contrario ad una religiosità che si ferma al rito e alla devozione senza che questa trasformi la vita. Giunge a preferire il figlio anarchico e svogliato che dice quel che pensa e si fa mettere in discussione all’altro che, salvando l’apparenza del bravo ragazzo, in realtà non muove un dito per aiutare il Padre.
Ne conosco di gente così, amici!, (non voi, gli altri): persone che hanno fatto delle proprie convinzioni (che a volte hanno a che fare con la fede) un pilastro e non si rendono conto di vivere in assoluta contraddizione con quello che dicono; altri, invece, che si dicono atei o non credenti, vivere poi una buona umanità, un’onestà e una correttezza assoluta, fedeli alla propria coscienza. Gesù chiede onestà nei nostri rapporti, anche con lui.
Davanti a Dio non dobbiamo indossare il vestito del devoto, solo quello, a volte lacero e sporco, del cercatore di Dio, del discepolo che mendica dignitosamente senso e luce.
Senza questo passo fondamentale, quello della verità con noi stessi, finiremo con l’adorare un Dio che assomiglia tanto (troppo?) a noi stessi…

Un Dio compromesso
La fede cristiana ha una caratteristica che la rende unica: il fatto di credere in un Dio incarnato costringe la nostra spiritualità ad incarnarsi, obbliga la nostra preghiera a diventare azione, porta i nostri discorsi alla verifica continua nelle azioni. Come sarebbe più comoda una fede che resta nei cieli! Una religione che si esaurisce nella preghiera e nel culto, nella devozione e nel timore!
Gesù chiede al proprio discepolo di imitarlo nelle parole e nelle opere, senza sfiancarsi alla ricerca di una pagana coerenza, ma nella serena consapevolezza che incontrare il Vangelo ci spinge a cambiare la vita.
Quanto influisce la fede sulla nostra vita? Quanti gesti sono cambiati da quando il Vangelo è entrato nella mia vita? Ho conosciuto e conosco persone che, dopo un lungo e travagliato percorso, si sono arrese alla bellezza di Dio. Loro mi testimoniano di quanto sono cambiati, di quanto la scala dei valori nella loro vita si sia ribaltata. Ciò che prima non era ora è.
In questa settimana ci siamo almeno un poco accorti di lavorare nella vigna del Signore? O il nostro Vangelo è rimasto chiuso in chiesa?
L’incontro col Signore ci porta a un cambiamento progressivo ma inesorabile nella vita e nelle convinzioni personali. Si vede se ho Te.

Concretezza
E’ possibile essere `credenti non praticanti`? Cioé credere nel Dio di Gesù Cristo (non quello più approssimativo che ho nella mia testa!) e non desiderare di conoscerlo di condividerlo, di celebrarlo? Un po’ come dire: `sono innamorato non praticante`… che significa? Il `dire` la nostra fede significa renderla presenza concreta nella comunità.
Corriamo il rischio di vivere a compartimenti stagni: tiriamo fuori Dio cinque minuti al giorno, un’ora a settimana, finita la benedizione della Messa, amen, la vita ci aspetta fuori, Dio lo teniamo nei tabernacoli …
Ho paura quando celebriamo il Dio della vita e fuori compiamo gesti di morte.
Ho paura quando cantiamo l’amore che ci ha riuniti e fuori stoniamo con il nostro egoismo.
Tremo all’idea di radunare una comunità di fratelli che fuori dalla chiesa neppure si salutano.
O la fede ‘detta’ è ‘vissuta’ o siamo ipocriti.
Attenti, però! Questo è un obiettivo, una tensione da realizzare. Ricercare in noi e nelle comunità una perfezione asettica non è evangelico!
Il Signore chiede l’autenticità, apprezza di più il figlio che dice: `Non ce la faccio, non ne ho voglia` e poi si sforza, rispetto all’altro che dice `sì` e non si schioda. Perciò Gesù loda quei pubblicani e quelle prostitute che hanno accolto la Parola calandola nella loro vita, facendola diventare conversione, cambiamento, ricerca. E accusa i giusti, le persone `per bene`, che non fanno calare l’annuncio del Vangelo nella concretezza della loro vita.
Che il Signore ci spinga all’autenticità, ci doni di non fermarci alle parole (preti in testa, scrivente in avanscoperta) ma, con semplicità e coraggio, ci conceda di gridare il Vangelo con la nostra vita. Solo così potremo diventare figli di quel Dio che continuamente cerca l’uomo per svelargli il suo amore.

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