“Un manager teneva un master sulla gestione del tempo ad un gruppo di responsabili aziendali. In una scatola quadrata trasparente mise dodici palline da tennis e chiese: “La scatola è piena?” – “Sí!” risposero gli allievi. Aprì la scatola e versò della ghiaia che si insinuò tra le palline. “E ora?”. Gli allievi tacquero, sgomenti; ed egli aggiunse prima della sabbia e infine dell’acqua. Concluse: “cosa vi ho insegnato?” Ripose uno: “Che – ad organizzarsi bene – si trova il tempo per fare tutto”.
“No – replicò l’insegnante – se avessi messo le palline alla fine, dopo la ghiaia e la sabbia, non ci ci sarei riuscito. Nella vita occorre prima di ogni altra cosa scegliere le priorità, il resto si può adattare”.
E’ un racconto che mi viene da un amico manager e che narro spesso, con amici “non sospetti” di clericalismo. Mi piace perché dice un’esperienza che tutti, credenti e non, facciamo: la fatica boia di vivere. Mi spiego: abbiamo raggiunto il paradosso (uno dei tanti del nostro tempo), per cui abbiamo enormemente migliorato la qualità della vita: comodità, cibo, cure sanitarie. Tutto ciò permette – mediamente – di poter usufruire e godere delle tante cose che ci vengono messe a disposizione. In tempo reale mando una mail al mio datore di lavoro, comunico con l’Australia e vedo sullo schermo la bozza del mio prossimo lavoro. Quindi – permettetemi l’appunto – avanzo un sacco di tempo per vivere, visto che faccio tutto più in fretta. E invece no, per nulla, e la sensazione, alla fine di un anno (tra un mese è il 2002!) è di avere perso tempo. La vita ci passa addosso, e abbiamo l’impressione di essere come fregati, ingannati da un meccanismo perverso che chiede sempre di più e c’impedisce di esistere: di godere delle splendide montagne, di coccolare la mia compagna, di giocare con i miei bambini.
Ecco: l’Avvento è il tentativo di darsi una scrollata, di darsi una mossa, di evitare di essere assonnati, intontiti, assopiti. Qualcuno dirà: “Ehi, don, vagheggi, io non ho neppure il tempo di dormire dal tanto lavoro!” Appunto. Come ai tempi di Noè, dice il Signore oggi: tutti trafficavano, senza sapere il perché. Il rischio è davvero di passare la vita lasciandoci colare addosso i mesi e gli anni, senza essere davvero protagonisti della nostra storia, senza porci neppure il problema se esista altro rispetto a ciò che vivo. E la fede è proprio questo scuoterci, questo diventare protagonisti, questo andare al di là dell’apparenza. Dio è il grande assente del nostro tempo proprio perché l’uomo non riesce ad essere veramente uomo. Ecco allora l’attesa, l’attesa per eccellenza, l’attesa di Dio. Avvento è il coraggio di fermarsi e aspettare Dio, come mai ce lo immaginiamo, Avvento è il coraggio crudo della messa in discussione delle nostre fragili certezze. Avvento è un tempo per scoprire il Tempo grande, il trucco dietro, la Gerusalemme, là in fondo, in cima al monte dei nostri desideri reconditi.
Allora occorre svegliarsi, scuotersi, agire. Indossare le armi della luce. Gesú ci dice che il giorno del Signore arriva all’improvviso, che prende di sorpresa, che Dio chiede consapevolezza, accoglienza, verità di se stessi. Possiamo vivere la nostra vita con attesa, lavorare, divertirci, orientati all’oltre, all’altrove, al vero. Oppure no.
La stessa cosa viene vissuta in modo opposto: uno è preso, l’altro lasciato. Uno è consapevole e incontra Dio, l’altro non si pone neppure il problema della vita (e della fede). Tra quattro settimane festeggeremo il Natale: memoria della venuta storica di Gesù, ricordo della venuta definitiva del Signore Gesù. E domanda inquietante che ci viene posta: “Dì: e, nel tuo cuore, Dio è già nato?”
Mettiamo in ordine le palline da tennis della vostra vita, per favore, se necessario svuotiamo la scatola, prima che sia troppo tardi.

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