Ecco il tuo Dio, Israele, ecco colui che aspettavi.
Ecco il tuo Dio, assetato di Dio, inquieto pellegrino della vita che nulla riesce a soddisfare.
Ecco il tuo Dio, popolo di nuovi poveri messi ai margini dall’economia, dalla logica di mercato, dagli interessi delle grandi potenze.
Ecco il tuo Dio, popolo cristiano, che ancora e ancora sei chiamato a scuotere i tuoi sandali dalla polvere dell’abitudine, che sei a servizio del Vangelo e non di te stesso, che sei chiamato ad essere trasparenza dell’Altissimo, sentinella del mattino, portatore di speranza.
Ecco il tuo Dio, mondo lontano dal mondo dello spirito, che consideri Dio un errore o un’illusione, che snoccioli le litanie dell’incongruenza dei cristiani e della Chiesa.
Eccolo qui, ancora, amici.
Dio è nato, Dio nasce, è generato continuamente nel cuore dei credenti, è scoperta, novità, stupore, gioia inattesa.
Ecco il tuo Dio, amico lettore.

Sopravvissuto?
Spero che l’abbuffata di Natale con il caos degli ultimi giorni non ti abbia stroncato e ti abbia lasciato qualche minuto per fare silenzio, come ci raccomandava il nostro Papa mistico.
Spero che l’immenso dolore che porti nel cuore e che ti ha stordito, abbia lasciato un piccolo angolo per Dio, lì, in fondo alla stalla che, ormai, è il tuo cuore.
Spero che la Messa di Natale e la ressa dei presepi viventi e della penitenza natalizia ti abbia incuriosito, amico che vieni a Messa trascinato dai tuoi solo la notte Santa, perché la tradizione è tradizione.
Spero, fratello prete, che tu abbia ancora voglia di farlo nascere, questo Cristo, nel cuore dei tuoi parrocchiani, anche se ti chiedono di fare il burocrate e non il profeta, anche se hai corso da una parrocchia all’altra perché i tuoi (buonicattoliciitaliani) non capiscono che di preti non ce n’è più ed è folle consumare la salute dei preti che corrono come dei pazzi.
Spero che la speranza sia ancora presente nei nostri cuori.
Se così non fosse, amici, vi do un’ulteriore buona notizia: abbiamo i tempi supplementari.

Tempi supplementari
Come a Pasqua, così a Natale abbiamo la fortuna di avere conservato, della splendida cultura ebraica, i nostri amati e bastonati fratelli maggiori, il ritmo settimanale della festa: non esiste una festa che non duri almeno sette giorni. Una provocazione, una mossa tutta da ridere in questi tempi del fast-tutto in cui cambiamo il cellulare ogni tre mesi e mangiamo in dieci minuti.
Una settimana di tempi supplementari, in cui ancora dire: `buon Natale`, in cui prendersi (effinalmente!) i famosi dieci minuti per fare un salto a Betlemme e lì fermarsi a meditare, come la giovane adolescente di Nazareth, Maria la bella, che conserva nel cuore e mette insieme tutti i pezzi che hanno scombinato la sua vita.
Una settimana per accorgersi, anche i più masticati dalla festività, coloro che hanno il cuore devastato dalla tristezza, della follia di Dio.
Ecco Dio, amici: è un neonato con i pugni chiusi e la pelle arrossata, gli occhi che mal sopportano la luce e la piccola bocca che cerca l’acerbo seno della madre. Ecco Dio, amici: è un bambino impotente, fragile, che va lavato e scaldato, cambiato e baciato, e viene tenuto a contatto della pelle ruvida del padre, Giuseppe, che lascia l’emozione inumidirgli gli occhi per poi tornare alla concretezza di una situazione incasinata. Ecco Dio, amici: non dona, chiede, non ha deliri di onnipotenza, ha svestito i panni della regalità, li ha deposti ai piedi della nostra inquieta umanità, non gli angeli, ma una ragazza inesperta e generosa si occupa di lui. Ecco Dio, amici: sconosciuto parto in mezzo alle decine di migliaia di parti di bambini del terzo mondo destinati alla dissenteria e alla morte, un neonato figlio di poveri, che non finisce sulle pagine dei rotocalchi figlio di velinaedicalciatorefamoso. Ecco Dio, amici, Dio è così, smettetela di farvi giri di testa.
Dio è così: prendere o lasciare,
accogliere o rifiutare o, peggio, mistificare,
Come, troppo spesso, siamo capaci di fare, addolcendo l’amarezza del Natale, la disarmante fragilità di Dio, la sua follia d’amore, per ridurre la Notizia a cronaca, sovrapporre l’antipatico volto del dio delle nostre piccinerie al luminoso e splendido volto della gloria di Dio, travolgere tutto dall’onda di emozioni (sempre più consumate) scordando la fede.

Buon Natale
Il mio cellulare vomita messaggini di auguri, la posta fatica a scaricare i tanti messaggi di persone conosciute o, in maggioranza, perse nella mia poca memoria. Il sole, ora, entra nella mia piccola e splendida mansarda del Centro Pastorale di Introd, costruito e quasi pagato anche grazie ai vostri contributi. Il cielo è terso, gelido: Nell’orto di fronte al Centro, questa notte, un cervo si è mangiato le zucche che l’incauto don Alessandro ha scordato di raccogliere.
Nel cuore ho migliaia di volti, storie, dolori, speranze, mamme in attesa (un pensiero speciale a te, Betta e a te, Anto), famiglie che vivranno un Natale in lutto, vicende di vita da scriverci romanzi, da farci film.
Un abbraccio a tutti voi, numerosi amici internauti, a voi settemila che ricevete questa mail in casella, a voi cinquemila che mi venite a trovare ogni mese sul sito da lontano e che, d’ogni tanto, lasciate traccia di voi. E’ per me stupore sapere di come quel burlone di Dio usi le mie povere parole di cercatore di Dio e prete per scuotere altri cuori.
Un saluto agli amici argentini, agli amici che sono lì a consumarsi in Africa, a quella bella ragazza che uno di voi ha incontrata all’ambasciata italiana a Pechino e che legge queste parole (!). Buon Natale a Diana che ascolta dalla radio le mie prediche quotidiane dal letto in cui giace da quarant’anni, a Sergio che lotta da anni per stare in vita, a Elena e Matteo che finalmente di sposeranno dopo Natale, dopo tanto vagare.
Vita, tanta vita, tanta umanità, talmente preziosa agli occhi di Dio che Dio ha voluto diventare uomo.
Vi voglio bene di quel bene che Dio mi vuole.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.