Nevica, uffa.
Bello, penseranno gli amici di Catania, ma comincio davvero ad essere stanco. Mio fratello viticoltore gioisce: sono ormai cinque giorni che piove sui vigneti ma qui, dove abito, la pioggia si trasforma in neve, anche se i mandorli in fiore mi dicono che la primavera lotta tenacemente ed è solo un colpo di coda dell’inverno.
Come ogni lunedì mattina da diciotto anni mi dedico alla meditazione del vangelo della domenica. Vangelo che vorrei vivere, prima che annunciare. Così ascolto Haendel e vedo la coltre di nevischio attaccarsi sul velux del salone. Il fuoco del caminetto spezza l’indesiderato freddo e da un’aria molto cool alla mia casa.
La scorsa settimana ho incontrato molti amici che volevano parlare o confessarsi o, semplicemente, ritagliarsi una pausa che li aiutasse a capire le alterne vicende della propria vita.
Succede anche a me, spesso, di avere bisogno di un filo conduttore, di un “di più” che tenga unito il vagare quotidiano.
Ho accolto lo strazio di M e S che hanno perso improvvisamente il loro primogenito mentre era all’estero a studiare, sfiorito come un fiore investito da una grandinata. Ho gioito immensamente per Marco, Barbara e la piccola Angela che hanno ricevuto la notizia dell’assegnazione di un secondo bimbo in adozione. Ho condiviso l’ansia di P e del suo matrimonio che sta naufragando, ho ascoltato e incoraggiato, raccolto le sue lacrime e pregato con lui e per loro.
Cosa tiene unito tutto?
Me lo chiedo, stamani, stanco da una settimana intensa e severa.
La risposta, sciocco, ce l’ho sotto gli occhi.

Vedere Cristo
Voi mi vedrete perché io vivo e voi vivrete, dice Gesù.
Possiamo incontrare Cristo vivo e vegeto qui e oggi. Possiamo fare delle nostre vite una vita nuova in lui, semplicemente. Non siamo degli psicolabili che si rifugiano nella fede per trovare consolazione. La fede in Gesù non offre appigli al pietismo e alla consolazione, fidatevi.
Lo dico perché col passare degli anni cominciano a sorgere in me dei dubbi radicali e radicati.
Parlo con delle persone credenti, dei fratelli, dei discepoli, osservo l’organizzazione (fragile) delle nostre comunità, leggo i giornali che parlano della Chiesa e mi chiedo, semplicemente, se abbiamo fatto tutti la stessa esperienza.
Questo credevo (e credo, nonostante tutto), che la fede cristiana è l’incontro con Gesù vivo. Non con una dottrina, sana e buona finchè volete, ma pur sempre e solo una dottrina di pensiero.
Gesù – tenace, ostinato, sommamente presuntuoso – oggi ci dice che lo posso incontrare qui e ora.
O è folgorato lui o non abbiamo capito noi.
Incontri troppi cristiani che credono di credere, o che parlano della fede con un atteggiamento più legato alla crosta che alla sostanza, che colgono della fede l’aspetto sociale, storico, politico, scordando (o facendo finta di scordare) l’essenziale.
O il cristianesimo mi da Dio o non so proprio che farmene.
Questo è tutto ciò che ho da dirvi, ciò che tiene legata la mia giornata, quello che posso dire a due genitori che hanno perso un figlio, o ad altri due spossati dall’attesa di un’adozione o a un marito ferito nella propria affettività: nonostante tutto, dentro tutto: cerca Cristo. Vivo.

Dove?
Sì ma, dove?
Nella predicazione e nei gesti di misericordia compiuti da Filippo.
Filippo che scappa da Gerusalemme dopo un evento drammatico, l’omicidio di Stefano e di Giacomo e che non ha paura di parlare di Gesù. Nei gesti di chi dice di vedere Cristo vediamo Cristo, negli sguardi affaticati e puri di chi dona la propria vita per il vangelo vediamo Cristo.
Leggo tra le decine di mail che mi inviate, quella di Roberto e di Padre Enzo, il primo, caro amico, volontario medico, che ha lasciato la sua Roma e il suo lavoro per mettere in piedi un’ospedale in Perù, nel bel mezzo del nulla. E leggo della sua fatica, della sua paura, umana e piena di Dio. Il secondo che ancora ricomincia qualcosa nel mare di fango di una favelas in Ecuador, superando tutte le reazioni di fuga e di schifo che sgorgano dall’istinto di sopravvivenza e rende concreto l’amore.
I tanti Filippo che rallegrano le nostre città e che, invece di rifugiasi nel proprio guscio, scacciano i demoni della paura e dell’egoismo, sono il luogo teologico in cui incontriamo Cristo vivo.

Quando?
Quando rendiamo presente Cristo? Nel momento opportuno, dice Pietro, stando attenti a coltivare la nostra interiorità. L’annuncio del Vangelo passa sempre e solo attraverso l’esperienza di Cristo, attraverso una profonda passione per lui, una crescita interiore che, meditando la Parola, ci rende testimoni credibili. State sempre pronti a rendere ragione della speranza che è in voi, dice Pietro, adorando Cristo nei vostri cuori. La testimonianza nasce solo da una vita di fede intensa, dal testimoniare un’esperienza: non vendiamo aspirapolvere, condividiamo un’esperienza di vita!

Come?
Amando. L’amore è un concetto intenso e astratto, impegnativo e ambiguo, essenziale e scarno. Eppure la fede ruota attorno all’amore, lo suscita, lo presuppone, lo incarna.
L’amore tiene unita la nostra vita, con tutte le sue contraddizioni e i suoi fallimenti, l’amore la motiva e la indirizza.
Quando amo e vedo persone che si amano, io vedo realizzata la presenza di Dio. Sempre.

È l’ora di pranzo, vado a farmi un bel risotto. Ha smesso di nevicare, era ora.

 

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