Pedalo e fatico, ovvio.
Una volta a settimana, minimo. È una specie di ascesi moderna, una necessità assoluta per chi, come me, lavora di testa. E di cuore. Parto avvantaggiato: le montagne che mi sovrastano sono zeppe di sentieri, di strade poderali, di ascensioni. Questa volta ho scelto la bici, la Mountain Bike, e ho lasciato la macchina all’Arp du Jeu, nell’alta Valle del Gran san Bernardo. È un paesaggio lunare, molto particolare, invitante. Imbocco la strada poderale verso un alpeggio, la Tzà de Merdeux, sull’Alta Via. Intorno a me il bosco, poi supero i duemila e compaiono i prati in piena fioritura, la temperatura non supera i sedici gradi. Fatico, pedalando.
Sto usando i rapporti più corti, segno che la strada è in forte pendenza. E che io sono un ciclista della domenica.
Dopo un’ora e cinque arrivo all’alpeggio: le mucche sono al pascolo, ai bordi della strada si trovano dei grandi contenitori pieni di materiale da costruzione, c’è anche un piccolo scavatore: evidentemente stanno facendo dei lavori. Proseguo: c’è molta gente, giovani che salutano. Mi fermo e rifiato, bevo alla fontana. Alcuni giovani mi salutano calorosamente e mi dicono se voglio un thé.
Una decina di loro sta caricando dei mattoni negli zaini. Chiedo.
Il mondo è piccolo e ringrazio il mio solito (simpatico) angelo custode.
Sono i ragazzi dell’Operazione Mato Grosso, un’associazione di Torino che ha diverse attività in America Latina, gestiscono un lebbrosario, iniziative per bambini di strada e evangelizzazione. Li conosco perché li ospitavo in parrocchia, durante l’estate, per la giornata missionaria.
Stanno facendo qui quello che hanno fatto in Valgrisanche, al rifugio Scavarla: costruiscono un rifugio sull’Altra Via, che poi gestiranno e i cui proventi andranno per la missione andina in Perù, dove stanno insegnando ai giovani del luogo a diventare guide alpine. È la genialità dell’amore.
Per tre mesi, durante l’estate, si danno i turni di una settimana: trenta giovani alla volta, questi sono bergamaschi, scaricano il materiale dal camion e lo portano, con lo zaino, ai 2500 metri di quota, una passeggiata di 40 minuti a tratta da fare con venti chili in spalla per sei/sette volte al giorno.
Ma la cosa bella è che hanno scelto di farlo.
Per costruire un Rifugio, la Regione viene incontro con le spese, potrebbero noleggiare un costosissimo elicottero per il trasporto del materiale. Ma sarebbe un’altra cosa.

Caccia al tesoro
Matteo dice che la vita è una caccia al tesoro. Dice che incontrare Cristo è l’evento più spettacolare che possa capitare nella vita di un uomo.
Lui ne sa qualcosa: aveva soldi, successo, fama. E ha lasciato tutto per andare incontro al Nazareno e ora, mentre scrive il suo vangelo, dopo trent’anni da quel giorno, dice che ne è valsa la pena.
La tua vita è una caccia al tesoro, amico lettore: l’hai già trovato?
Siamo dei cercatori, dei viandanti, nasciamo solo per scoprire di essere dei cercatori, dei bisognosi, dei mendicanti. La vita è mistero, ci appare inesplicabile, il senso del nostro esistere, velato, ambiguo.
Molti, intorno a noi, dicono che non c’è nessun tesoro da trovare.
O, peggio, dicono che loro sanno dove si trova il tesoro e ti vendono la mappa.
La verità è un’altra: il tesoro è nascosto ma accessibile. Alla luce di Dio capiamo, anche se sempre e solo parzialmente, il mistero dell’esistenza.

Per caso, per desiderio
Trovare il senso, trovare Cristo, trovare Dio, avviene sostanzialmente in due modi.
O ti capita, come per il contadino che sta arando e inciampa nel tesoro fortuitamente.
O perché lo cerchi con ostinazione, come il mercante di perle che passa la vita a cercare la perla più bella.
Ma, nell’un caso come nell’altro, la parabola dice che per possedere il tesoro, per non lasciarselo scappare, occorre pagare, anche a costo di vendere tutto.
Dio è gratis, ma è faticoso accoglierlo per le tante resistenze che incontriamo nel nostro cuore.
Il Regno è presente, ma è faticoso riconoscerlo in mezzo al delirio in cui viviamo.
La fede è dono, ma è faticoso impegnarsi per conservarla in mezzo alla dimenticanza.
È una fatica onesta, bella, a tratti dolorosa, che va nella direzione del “lasciarsi fare” più che del “fare”, che ha a che fare con l’affidarsi.
Ne vale la pena, dice Matteo.

Popolo di cercatori
E la Chiesa, e Matteo il peccatore lo sa bene!, è il popolo dei cercatori, di coloro che già hanno trovato e hanno comprato e vogliono conservare il tesoro e la perla, di quelli che ancora stanno cercando di vendere per comperare, di colore che, incuriositi, stanno passeggiando nel campo per vedere se inciampano anche loro nel tesoro, di coloro che, ignari del tesoro, seguono il compratore di perle per mestiere.
Una rete piena di pesci, buoni e cattivi, commestibili e non.
La Chiesa, lo sperimentiamo in noi stessi, è una grande assemblea di persone diverse, accomunate tutte dal desiderio, consapevolmente o meno. Non spaventiamoci, allora, se in questo percorso, da Cristo al suo ritorno, a volte sperimentiamo il nostro e l’altrui limite.
Non fissiamo lo sguardo sul carattere del contadino o sui tic del compratore di perle, guardiamo al tesoro e gioiamone insieme.

Epilogo
Riparto contento, devo concentrami sulla discesa, ripida, e sul dirupo a fianco della strada. Cadere a quaranta orari sarebbe piuttosto doloroso. La strada, come una biscia, carezza i fianchi della montagna, scendendo con decisione a valle.
«Quando finirete?».
Una ragazza stanchissima e sporca sorride: «Per la prima neve vogliamo arrivare al tetto».
Tornerò a trovarli, magari con le scarpe giuste, per fare anch’io un viaggio.

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