“È questo il tempo in cui ristabilirai il Regno di Israele?” La domanda degli apostoli – all’apparenza innocua – formulata qualche minuto prima dell’ascensione di Gesú è di quelle che ammazzerebbero un bisonte… peccato che i Vangeli non siano dotati di video e audio per vedere l’espressione di Gesù che scuote la testa sospirando! Facciamo il riassunto di quello che ci pareva di avere capito: Gesú di Nazareth, figlio di Giuseppe, ha percorso le strade della Palestina per svelare il vero volto di Dio; affascinati dodici uomini lo hanno seguito, condividendo tre anni di emozioni, di fatiche e di entusiasmi; poi la tragedia: le cose precipitano, Gesù entra in rotta di collisione con il potere dell’epoca e viene travolto. Fine, stop, addio. Confusione e amarezza regnano tra gli apostoli dopo la morte ignominiosa del Maestro. Poi l’inaudito: Gesù risorge, appare, spiega, svela chi è veramente: più di un Rabbì, più di un profeta, più del Messia, Gesù è la presenza stessa di Dio venuto a svelare definitivamente il suo volto. Bene! Ora sappiamo chi è Dio, cosa vuole, cosa sogna, cosa prova. Ed è tutto così distante dall’immagine grottesca con cui – troppo spesso – lo abbiamo dipinto: non un ragioniere divino, un corrucciato tutore dell’ordine, un incomprensibile gestore dei destini dell’uomo da tenere buono, non un essere perfetto ma immutabile (un sommo egoista bastante a se stesso?) No, macchè: il Dio di Gesú Cristo è un Dio Padre che abbraccia e rende adulti, che accompagna, presente eppure nascosto, il cammino di ognuno di noi. Sembra una splendida fiaba finita bene: Gesù che ora regna, gli uomini che – finalmente! – comprendono. Capite, ora, la domanda? Gli apostoli, provati e rinati, prima amareggiati e ora ristabiliti nella speranza, già si vedono alla destra del Signore, ministri del nuovo Regno di Dio. Macchè, Gesù sorride, promette lo Spirito Santo e se ne va. Finisce il suo tempo, ha compiuto la sua missione, ora sta a loro, agli apostoli, continuare. Che fregatura! Gesú se ne va e ci lascia la Chiesa! Scambio sfavorevole, che dite? Non siamo tutti, come gli apostoli, un po’ delusi da questa scelta? Ma come, proprio adesso che le cose funzionavano Gesù ci molla? Torna al Padre e noi qui a tribolare? Forse è cosí ma se, invece, Gesù avesse voluto dirci qualcosa di nuovo? Di inatteso? Se davvero nei progetti di Dio ci fossimo noi? Sí, amici, l’ascensione (di nuovo!) cambia la nostra idea di Dio. Non più un Dio “pappa fatta” che regna sovrano e ripiana i problemi, supera le difficoltà. No. Il Dio presente, il Dio in cui crediamo è il Dio che affida, che accompagna ma affida il cammino del vangelo alla fragilità della sua Chiesa. Il Regno sperato dagli apostoli occorre costruirlo, la nuova dimensione voluta dal Signore non è magica ma pazientemente intessuta da ognuno di noi. L’ascensione segna la fine di un momento, il momento della disperata ricerca di Dio con la rassicurazione, da parte di Dio stesso della sua bontà e della sua vicinanza. Ora è il tempo del costruire relazioni e rapporti a partire dal sogno di Dio che è la Chiesa: comunità di fratelli e sorelle radunati nella tenerezza e nella franchezza nel Vangelo. Accogliamo allora l’invito degli angeli: smettiamola di guardare tra le nuvole cercando il barlume della gloria di Dio e – piuttosto – vediamo questa gloria disseminata nella quotidianitá di ciò che siamo e viviamo. Il Signore ci dice che è possibile qui e ora costruire il suo Regno. L’ascensione segna l’inizio della Chiesa, l’avvio di una nuova avventura che vede noi protagonisti. Staremo ancora a naso in su a scrutare gli astri? A implorare un intervento divino? O non vedremo – piuttosto – questa presenza segnata nella fatica dell’accoglienza, nella vita di fede, nel desiderio di un mondo più solidale da costruire giorno per giorno? Un ultimo appunto prima di augurarvi una buona settimana: lo scorso WE è stato inserito un commento sbagliato poi prontamente sostituito: portate pazienza! Infine un saluto ai 70 partecipanti al ritiro di Saint Pierre: che l’esperienza fatta vi doni la gioia del discepolato!

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