Nevica, dalle mie parti.
È raro vedere tanta neve con tanto anticipo.
Stamattina presto ci siamo trovati con i vicini di casa quand’era ancora buio per palare il vialetto d’ingresso e le rampe ai vari garage. Bello, bellissimo, nonostante il freddo pungente.
Ora sono davanti ad una tazza fumante di caffè. Il programma della giornata prevedeva un po’ di sport e poi la meditazione sulla Parola ma, viste le condizioni meteo, passo direttamente a meditare la Parola. Ho acceso il caminetto, per esagerare.
(Scusami fratello invidioso che vivi in una sciupata periferia di città, neve e caminetto sono tra i pochi privilegi di chi fa l’orso!)
È la condizione ideale per farsi coraggio e preparare l’avvento.
Ci siamo, amici, con oggi inizia il conto alla rovescia per celebrare il Natale.

Assenze
Manca speranza, è evidente.
Sarà la recessione, la crisi finanziaria, la litania di tragedie che ogni giorno ci arriva in tavola durante i telegiornali, le fatiche della vita, ma un dato è oggettivo: negli ultimi mesi non ho incontrato gente molto allegra e anche gli irriducibili dell’ottimismo, spesso cristiani, faticano a trovare ragioni di speranza.
Riflettevo con un caro amico, nei giorni scorsi. Forse il problema è che manca una prospettiva: i temi ambientali (molto concreti, chiedetelo agli amici di Napoli!), la mancanza di fiducia nelle giovani generazioni (sempre più ai margini di una società che li illude e li sfrutta), l’assenza di alti ideali. stanno mortificando ogni sogno.
La fiammata (spero non sopita!) delle elezioni americane ha stupito, oltre che per l’immensa lezione di democrazia di quella grande nazione, per il contagio di fiducia che una sola persona ha suscitato. Per un momento tutti, dagli americani agli iracheni, dagli europei ai paesi asiatici hanno immaginato che forse si sarebbe potuto, semplicemente, togliersi la maschera e ripartire da capo.
Anche chi crede è in difficoltà.
Le parole di Vangelo che la Chiesa faticosamente innalza si spengono nel marasma della comunicazione globale, o sembrano retaggio di una cultura del passato o, peggio, sono smentite dalla fiacchezza di noi cristiani e delle nostre comunità.
Che fare?

In buona compagnia
Isaia, nella prima lettura, parla ad un popolo tornato dall’esilio che cerca, come può, di ricostruirsi un’identità. Il profeta si lamenta con Dio, lo scuote, implora.
Ha ragione, Dio, a tenersi lontano dagli uomini.
Siamo contraddittori, scostanti, fragili, ci rivogliamo a Dio solo in caso di necessità e, spesso, ne stravolgiamo il volto misericordioso.
Se l’uomo vive la violenza e l’ingiustizia è proprio perché ha cacciato Dio fuori dalla propria storia o lo ha usato per i propri fini.
Eppure… Isaia chiede a Dio di ricordarsi del passato, dei nostri padri e della sua pazienza.
L’invocazione di Isaia è densa di attualità: sì, Signore, squarcia i cieli e scendi!

Natale sanguinante
In questi ultimi anni ho scoperto, costernato, che Natale è il peggior giorno dell’anno per molta gente. Sono gli sconfitti della storia, di solito, a patire così tanto il Natale, per quell’aura di famiglia, di felicità, di nostalgia che cola dagli schermi televisivi.
Chi non ha famiglia, o ne ha una terribile, chi è perdente, chi è solo, vive il Natale con un unico desiderio: che finisca prima possibile.
Ne soffro anch’io, terribilmente.
Se Dio è venuto proprio per gli ultimi e abbiamo ridotto il Natale al punto che proprio loro lo vivono con tristezza, come minimo, fratelli, abbiamo un problema di comunicazione.

Dormire
Avete voglia di prepararvi al Natale? Volete, sul serio, svegliarvi da quest’immenso sonno della coscienza che tutti ci intorpidisce? Riprendere speranza? Riceverla e donarla? Condividere e sognare con tutti? Uscire dal recinto dei devoti per incontrare coloro che vagano nel nulla e che hanno provocato l’incarnazione di Dio?
Non siamo qui a far finta che poi Gesù bambino nasce. Dio è già nato, nella storia e tornerà nella gloria, nel cuore della notte, come uno strampalato sposo ritardatario. In mezzo ci siamo noi, ci sono io, ci sei tu, amico lettore. Siamo qui per darci un mese di sveglia interiore, per far nascere (ancora e ancora) Dio in noi.
È già nato, ovvio, altrimenti non stareste leggendo queste parole anarchiche di vangelo.
È già nato, ovvio, se avete deciso di ribellarvi ad una fede esteriore e tiepida.
È già nato, ovvio, se avete deciso di mettervi a cercare Dio.
Quello che possiamo fare è stare svegli, non lasciarci travolgere dalla follia quotidiana della vita, ribellarci al pensiero dominante (anche quello pseudo-cattolico) per vivere la nostra interiorità come dei cercatori di Dio.
Iniziano il tempo della resistenza, dell’interiorità, della preghiera, della speranza.
Se Dio diventa uomo, ancora non si è stancato di noi.
Se Dio diventa uomo, allora l’uomo può imparare da Lui a diventare tutto uomo.
Se Dio diventa uomo, la vita merita Dio, e dev’essere splendida, se solo la capissimo!
Dai, facciamolo bene questa volta, seguiamo sul serio la provocazione della Parola.
Aspettiamo Dio.

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