E’ risorto, amici, è risorto!
La pietra è stata ribaltata, il Signore è vivo, non è più imbalsamato, non cerchiamolo tra i morti!
La festa è iniziata, lo stupore si è diffuso, la corsa affannosa di Pietro e Giovanni è giunta fino a noi.
Sei discepolo del Maestro, amico? Hai seguito la sua predicazione, con lui hai attraversato le verdi colline intorno al lago? Hai sentito il tuo cuore scuotersi, emozionarsi, quando il Signore parlò a voce alta delle Beatitudini? Anche tu ti sei fatto largo tra la folla per vedere i ciechi recuperare la vista? Anche tu lo hai seguito a Gerusalemme, la città che uccide i Profeti? C’eri quando – come una tragedia, come un pugno nello stomaco, come una disgrazia – il Rabbì è stato arrestato e iniquamente ucciso?
E’ risorto, come aveva detto: la tomba è vuota, l’angelo è disteso sulla pietra e ci ammonisce: «Perché cercate tra i morti uno che è vivo?»
Perché cercate tra i morti uno che è vivo? Quanti cristiani conosco che credono nel crocifisso e non sanno andare oltre! Quanti che non sono capaci di superare la propria sofferenza per aprirsi alla gioia contagiosa della resurrezione! Certo: abbiamo meditato a lungo davanti a quel cadavere che pende dalla croce, abbiamo versato tutte le nostre lacrime. Ma questa è una storia vecchia, che ora possiamo rileggere alla luce della resurrezione. Ho paura di un cristianesimo fermo al venerdì santo: è naturale condividere il dolore, sentiamo vicino un Dio che soffre, ma quanta conversione dobbiamo fare per condividere anche la gioia! Non c’è che un modo per superare il dolore. Non amarlo. Ne sanno qualcosa Cleopa e il suo amico, che tornano sconfitti da Gerusalemme a Emmaus, talmente chiusi nel loro dolore da non accorgersi che il dolore è scomparso, travolto dalla gioia pasquale di un Dio che cammina con loro.
E’ risorto, amici, non stanchiamoci di dirlo: una tomba vuota è il pilastro del mondo nuovo! Riflettevo con un gruppo di pellegrini che a settembre erano con me a Gerusalemme: nei secoli migliaia di cristiani partivano per sei mesi di viaggio, a rischio della propria vita, affrontando fatiche e disagi inimmaginabili, per vedere una tomba. Vuota.
Sí, vuota: talmente preziosa nella sua desolante nudità da diventare il segno di riferimento dell’intera cristianità. Gesú è risorto: non rianimato, non rinvenuto, risorto. Se risorto significa che è presente qui e ora, per ciascuno di noi. Se risorto significa che le sue parole non sono solo belle parole di un uomo sensibile e mite. Se risorto Dio è la nostra gioia!
Qualcuno dirà: don Paolo, non conosci la mia sofferenza. Io no, ma Dio sì: mettila a fuoco, qual’è la pietra che ti impedisce di gioire? Quella cosa per cui dici. «Se non avessi… allora sarei felice!» Dalle un nome, guardala questa pietra che blocca il sepolcro: una sofferenza, un torto non perdonato, un’insoddisfazione, una paura? Bene: l’angelo la ribalta e vi si stende sopra. Grandioso angelo impudente del vangelo di Matteo! Grandioso angelo sornione che sorride delle nostre tragiche e definitive tragedie! Disteso sulla pietra ci sorride e dice: «cercate un crocifisso? Lasciate stare! Qual’era la pietra, l’ostacolo insormontabile che ti impediva di gioire, di essere felice? Questo? Ah!…» Alla fine, dopo avere invitato le donne a spalancare il cuore e gli occhi aggiunge: «Io ve l’ho detto!», cioé: il mio compito l’ho assolto, la notizia l’avete ricevuta, non prendetevela con me. Ha ragione, l’angelo, la notizia l’abbiamo ricevuta, ma quanto ancora deve perforare la corazza dell’abitudine che ci impedisce di gioire! Cinquanta giorni, da oggi, ci permetteranno di compiere un cammino di luce, una riscoperta della bellezza di un Dio vivo.
Il Signore è risorto, amici.

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