1. Lettura del Vangelo secondo Marco 2, 13-17

    In quel tempo. Il Signore Gesù uscì di nuovo lungo il mare; tutta la folla veniva a lui ed egli insegnava loro. Passando, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.
    Mentre stava a tavola in casa di lui, anche molti pubblicani e peccatori erano a tavola con Gesù e i suoi discepoli; erano molti infatti quelli che lo seguivano. Allora gli scribi dei farisei, vedendolo mangiare con i peccatori e i pubblicani, dicevano ai suoi discepoli: «Perché mangia e beve insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Udito questo, Gesù disse loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».

Ne è valsa la pena. Sono passati trent’anni da quel giorno, da quell’inattesa visita dell’ospite di Pietro il pescatore. Lì, al banco delle tasse posto sulla via che da Damasco porta al mare, nella vivace Cafarnao ai bordi del lago di Genesareth, Matteo aveva incontrato uno sguardo di amore intenso, sincero, leale, inatteso. Matteo era abituato agli sguardi: sguardi frementi d’odio verso di lui collaborazionista senza pudore, ladro autorizzato a prelevare una percentuale delle tasse, sguardi abbassati davanti alla sua durezza e al potere acquisito dall’essere dalla parte degli invasori, sguardi taglienti e giudicanti dei puri di Israele che lo odiavano di un odio viscerale e devoto. Ma lo sguardo del Nazareno no, quello proprio non se lo aspettava e lo aveva scosso nel profondo. Uno sguardo trasparente, ingenuo, libero. Quando lo aveva incrociato aveva – per un istante – pensato che tutto ciò che aveva era nulla e che c’era un’altra strada, un’altra vita, un’altra speranza luminosa, anche per lui. Per un istante si era sentito amato. E si era alzato, aveva pianto, vergognandosi un poco, sciogliendo tutta la rabbia accumulata negli anni. Era guarito, Matteo, guarito dal dolore dentro, guarito dal giudizio che lo aveva indurito. Ora si sentiva amato e faceva festa e rideva e scherzava. Sì, ne era proprio valsa la pena. 

Sapete, amici? La nostra fragilità, il nostro peccato non sono sufficienti a tagliarci fuori, non bastano a scoraggiare Dio. Avete l’impressione di non essere degni? Di non essere capaci? A Dio non importa. Dio non ci ama perché siamo buoni ma amandoci ci rende buoni. Di che abbiamo paura? Di essere malati dentro? Guai se ci sentissimo a posto: non avremmo nel cuore quell’arsura che ci permette di essere continuamente alla ricerca di Dio. L’ostacolo del nostro peccato, della nostra fragilità è nulla rispetto alla straordinaria bontà di Dio. Nulla, capite? Ma il sentirsi imperdonabili, sentirsi inutili, incapaci, questo sì ci può allontanare dalla grazia, talmente ripiegati su noi stessi da non accorgerci di essere, da subito, amati.

Capiamo quindi la festa di Matteo. E capiamo lo scandalo dei benpensanti, allora come oggi. Questo Gesù che accoglie tutti e che di tutti riesce a far emergere la verità interiore, è scomodo, a tutt’oggi. Non vi è mai successo di criticare in cuor vostro la presenza a Messa di una persona di cui conoscete la vita non proprio evangelica? A me sì. E non mi accorgevo, in quello stesso momento, di passare dalla parte di chi si crede giusto e, tragicamente, non sente il bisogno di Dio. La chiesa, amici, è la comunità di quelli che, come Matteo, hanno incontrato lo sguardo gonfio di tenerezza del Cristo e si sono lasciati riconciliare. Non è perciò la comunità dei perfetti, di quelli che non sbagliano, come alle volte alcuni (specie non credenti) vorrebbero. Non c’è nulla di più alieno al cristianesimo di una asettica perfezione. No! La chiesa è un popolo di perdonati, non di giusti! E perciò, proprio perché perdonati, la chiesa accoglie chi, nel suo cuore, riconosce di essere amato e perdonato e perciò fa festa. 

Anche oggi, amico, lo stesso Signore, lo stesso Maestro, passerà al banco delle tue imposte e ti guarderà. Seguilo, se vuoi, ne vale pena, fidati.

Paolo Curtaz

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