L’arpa e la fionda. I re d’Israele

 I libri che narrano le vicende dei Re di Israele sembrano così lontani dalla nostra sensibilità moderna: ma è la stessa vicenda di Gesù, figlio di Davide, a spingerci a riprendere in mano le pagine ricche di avventura e di teologia che la Bibbia ci consegna narrandoci del Regno di Israele e di Giuda.

Paolo Curtaz, dopo averci accompagnato nella rilettura e comprensione delle pagine sui patriarchi, in questo libro secondo libro dedicato all’Antico Testamento si addentra con profondità e non senza un certo humour in una rilettura appassionata delle storie della monarchia biblica.

Scopriremo, con lui, l’ambiguità e il dramma del potere di Saul, che sconfina nella follia gelosa; incontreremo il coraggio del piccolo David che, crescendo, si trova a fare i conti con un avversario ben più complesso del gigante filisteo Golia le proprie passioni, le tentazioni del potere per giungere alla scoperta della misericordia e del perdono, sentimenti che nascono precisamente dalla tragica consapevolezza di una vita da ‘figli perduti e ritrovati’ conosceremo il mistero per cui anche il più sapiente degli uomini, Salomone, può trasformarsi in un inetto e succube servo dei propri cortigiani…

Un mondo, quello dei re di Israele, che riscontreremo, infine, non così distante dal nostro e che, come il nostro, aprirà lo sguardo alla speranza di un ‘regno che non è di questo mondo’, quello di Cristo, ‘ultimo e vero sovrano secondo Dio’.

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Oppure leggi qui di seguito…

L’ARPA E LA FIONDA

I re d’Israele

Svetta ed impressiona, non c’è che dire.

Da lontano, nel contesto scenografico creato appositamente per lui, nella Galleria dell’Accademia, non sembra così grande.

Avvicinandosi, però, si è costretti ad alzare lo sguardo per abbracciare gli oltre cinque metri della sua imponenza.

La luce che scende dall’alto ne ammorbidisce i tratti e mette in risalto il candore del marmo.

Ecco: Davide si prepara ad affrontare Golia.

La mano sinistra sostiene la fionda, appoggiata alla ­spalla.

Lo sguardo, alla sua sinistra, sembra scrutare il nemico che ha terrorizzato l’esercito di Saul.

Lui no, appare sereno.

Tutta la sua figura esprime serenità e fiducia, pacatezza e determinazione.

Nella perfezione del suo fisico asciutto ed elastico, giovane e possente, sta per iniziare l’avventura che lo porterà al trono di Israele.

Quando il giovane Michelangelo finì di scolpire il suo Davide, la Repubblica si rese conto della potenza di quella statua che, ancora oggi, rappresenta la perfezione dell’arte della scultura e, invece di farla finire su uno dei contrafforti della cupola, sua destinazione originaria, si decise di posizionarla in piazza della Signoria, nel centro politico di Firenze, rivolta a sudovest, contro i nemici.

Mi siedo.
Sono davvero impressionato.
Orde di turisti scattano selfie da portarsi a casa.
Io no, penso.

Quello che ho davanti è il classico esempio di come la cultura biblica abbia innervato, plasmato e trasformato la cultura occidentale. Mi chiedo quanti, fra i numerosi turisti che ogni giorno si mettono in coda per ammirare il Davide, sappiano chi sia Davide.

E non parlo di quelli provenienti da paesi lontani, dal­ l’oriente.

Parlo di noi occidentali, di noi europei, che, pure, siamo cresciuti a pane e Bibbia.

Il ragazzino che ha sconfitto il gigante, questa la sanno tutti.

Ma poco di più.

Peccato: la storia di Davide è meglio della lettura di un romanzo di avventure.

E due

Come sanno i miei più fedeli lettori, che ringrazio, dopo avere affrontato per una decina d’anni la lettura e l’approfondimento dei Vangeli, ho deciso di riprendere in mano la lettura dell’Antico Testamento raggruppando i diversi libri in tre grandi temi: Patriarchi, Re e Profeti.

Dopo la pubblicazione del libro sui Patriarchi1 mi accingo a proporre una riflessione sui re di Israele. In realtà col termine re di Israele si intendono soprattutto i primi tre, Saul, Davide e Salomone, che segnano la nascita della monarchia in Israele e il suo rapido declino.

Quello che mi accingo a fare è riprendere in mano le vicende narrate nella Bibbia, in particolare nel primo e secondo libro di Samuele e nel primo libro dei Re, per provare a riflettere su alcuni temi. Non solo, come è evidente, sul rapporto fra fede e politica, fra religione e governo, ma anche sui percorsi di vita e di fede dei protagonisti.

Credo che la Bibbia sia una parola ispirata da Dio e che, attraverso lo Spirito, parli ed illumini le nostre vite, i nostri percorsi.

Leggendo, meditando e pregando il testo biblico scopriamo molte cose di noi stessi e di Dio perché la Parola che meditiamo è come una spada che ci penetra nel profondo dell’anima (cfr. Eb 4,12).

Mi sono trovato, ancora una volta, ad immedesimarmi nelle emozioni, nei dubbi, nelle scelte, negli errori dei protagonisti della nascita della monarchia in Israele.

Un susseguirsi di eventi a volte drammatici, tragici, in cui Dio interviene, lasciando piena libertà ai protagonisti come abbiamo già visto con i Patriarchi, per orientare il cammino dell’uomo verso la pienezza.

Sacerdoti, re e profeti

Con il Battesimo siamo stati innestati a Cristo e, con lui, siamo diventati sacerdoti, re e profeti.

È una verità che ci è stata insegnata fin da bambini anche se, e parlo di me, non conosciamo veramente il significato di questa affermazione.

Può essere interessante ripercorrere il percorso di vita interiore di Saul, Davide e Salomone per avere qualche luce sul nostro cammino.

Per capire in che modo Dio mi chiama ad essere re.

Iniziamo.

La richiesta di un re

Primo libro di Samuele 8

Sarò onesto: Davide l’ho sempre amato e conosciuto, ammirato e seguito sin da quando, un miliardo di anni fa, ho mosso i primi passi sul sentiero tracciato da quel Dio che, ancora oggi, fra alti e bassi, seguo.

Salomone un po’ meno, ovvio. A parte la sua sapienza e la sua ricchezza divenute proverbiali, prima di affrontare questo studio ne sapevo lo stretto necessario.

Ma Saul… Zero assoluto.

O, meglio, di lui ho letto con sgomento le sfuriate, le incoerenze, l’inesorabile scivolamento verso la follia quando la sua storia si è incrociata con quella del piccolo Davide chiamato alla corte reale a rimpiazzarlo…

Allora, come deve fare uno scrittore serio quale tento di essere, ho indagato, approfondito e ampliato la mia ormai consistente biblioteca biblica per capire chi fosse Saul prima del suo sconfortante declino. E, dopo una settimana di dotte letture, ho gettato la spugna.

Ho trovato molte contraddizioni, pareri discordanti, tentennamenti e ambiguità anche nella penna degli esperti e nella tradizione giudaica.

Saul è stato un grande. No, un debole.

Un santo. No, un traditore.

Una vittima. No, un carnefice.

Sapete cosa faccio quando non capisco? Quando qualcosa non mi torna?

Sì che lo sapete. Allora controllate l’invidia che è una brutta cosa.

Ho spento il computer e ho preso lo zaino.

Il tempo è coperto anche se non freddo, per essere gli inizi di febbraio.

Una volta arrivato a Rhêmes, lasciata la macchina in paese, sono salito verso Thumel, poi ancora più su. Il cielo lascia spazio all’azzurro e il riverbero del sole sulla neve primaverile mi scalda. Tre ore a camminare da solo, nel silenzio assordante della “mia” montagna, per cercare di liberare la mente, per aprire il cuore allo Spirito, per cogliere un filo comune, una chiave di lettura nella cupa vicenda del primo re di Israele.

Eccola. Sì.

Banale, era davanti ai miei occhi.

È la contraddizione la chiave di lettura della storia di Saul.

L’ambiguità.

Il limite insuperato. Il limite che limita e travolge. Che porta nell’abisso.

Insieme santo e peccatore. Eroe e vigliacco. Umanissimo e sfortunato primo re di Israele.

Per capire la sua storia, che è un po’ come le nostre, dobbiamo accoglierla senza giudicare, evidenziarne le sfumature, quei moti dell’anima su cui il testo biblico non indugia, come se volesse lasciare al lettore questa incombenza.

No, non sono un re. E nessun profeta mi ha chiesto di diventarlo.

Ma so bene cos’è la contraddizione. Ho imparato ad accoglierla.

Avrà molto da insegnarmi il re Saul, lo so.

Rientrato dal lungo giro, stanco e bagnato fradicio, ho fatto una bella doccia e mi sono seduto alla scrivania.

Sì, ora sono pronto.

Prima di Saul

La storia di Saul, lo sappiamo bene, si incrocia con quella del suo successore, Davide.

Ma ciò che forse non sappiamo è che, ben prima di Davide, più intensamente e in maniera più traumatica, la sua vita si lega con quella del profeta Samuele, di cui sarà sempre succube e avversario.

Per introdurci alla conoscenza dei primi re di Israele necessitiamo di qualche accenno sugli eventi, sapendo di trovarci davanti ad un testo che fa della storia un romanzo, una fiction, che mischia eventi e interpretazione, che intercala i piani teologico e narrativo, poetico e storico.

Ma, a pensarci bene, ogni storia è così: non solo lo scorrere degli eventi ma le emozioni, i pensieri, i giudizi che li accompagnano.

Dopo l’ingresso del popolo di Israele nella terra di Canaan ad opera di Giosuè, successore di Mosè, le tribù di Israele si sono organizzate in piccoli nuclei che cercano di occupare le ampie zone rimaste in mano ai nemici, soprattutto Filistei e cananei o che da essi si difendono. In questi secoli, indicativamente dal XIII alla metà dell’XI secolo a.C., il popolo è amministrato da “giudici” suscitati da Dio per risolvere questioni contingenti (penso a Debora, Gedeone, Iefte, Sansone…), eroi estemporanei che, dopo le loro imprese guerresche, tornano alle proprie occupazioni, accanto ad altri più “istituzionali”, che noi chiamiamo giudici minori. Il termine ebraico giudici indica, per capirci, i governatori di clan il cui atto più solenne è, appunto, quello di giudicare a partire dalla Torah, riferimento normativo per il popolo di Israele1.

Solo che, ad un certo punto, siamo probabilmente pochi decenni prima dell’anno 1000 a.C., la paura di non riuscire a mantenere le fragili libertà conquistate sul campo, prende il sopravvento. Così ci racconta il libro di Samuele:

I Filistei furono sconfitti e non tentarono più di entrare nei confini d’Israele, e la mano del Signore pesò sui Filistei per tutti gli anni di Samuele. Le città prese dai Filistei a Israele ritornarono a Israele, da Accaron fino a Gat, e Israele liberò quei territori dalle mani dei Filistei. Ci fu anche pace tra Israele e gli Amorrei. (1Sam 7,1314)

Andatevi a leggere, se volete, i primi capitoli del libro di Samuele: raccontano la vocazione del piccolo Samuele nel tempio, affidato a Eli, l’abbandono della Torah da parte di alcuni gruppi di israeliti, lo sconsiderato uso dell’Arca dell’Alleanza come se fosse un amuleto durante le battaglie, la sconfitta di Israele e lo sbandamento successivo… In pochi capitoli la storia del profeta Samuele e del popolo di Israele si intrecciano.

Il ruolo dei profeti, come vedremo, spero, in un mio successivo testo, è quello di richiamare il popolo all’osservanza dell’alleanza, alla fedeltà, al rispetto del patto stipulato con Dio sul Sinai e ribadito nell’assemblea di Sichem (Gs 24).

Grazie all’opera di Samuele il popolo, infine, torna sui suoi passi (1Sam 7,36), riallaccia i rapporti con Dio, recupera l’Arca e, appunto, sconfigge duramente i Filistei.

Tutto sembra andare per il meglio.

Ed è proprio quello il momento in cui il popolo di Israele decide di dotarsi di un re che li governi contro i nemici. Al posto di Dio, di fatto.

Ahia.

La richiesta di un re

Ad una prima, superficiale lettura del testo che stiamo per analizzare, tutto sembra piuttosto chiaro: una parte del popolo di Israele avverte l’esigenza di un re che li conduca e li protegga: Samuele sta invecchiando e i suoi figli non sono all’altezza del padre. Samuele si irrita, consulta Dio, anch’egli affatto d’accordo con una richiesta che manifesta una sottesa mancanza di fiducia verso di lui, ma comunque invita il profeta ad ascoltare il popolo. Segue una reprimenda accesa di Samuele al popolo in cui il profeta elenca i guai terrificanti e le conseguenze nefaste che porterà l’elezione di un re. Nonostante ciò il popolo non vuole sentire ragioni e Samuele li congeda (cioè li caccia); fine della storia.

Non sappiamo bene come siano andate veramente le cose, da un punto di vista storico.

Quello che è certo, al di là delle sottigliezze del testo che vi voglio svelare più avanti, è che il racconto biblico non è molto benevolo su questa faccenda del re.

Anzi, direi che è ferocemente contrario alla monarchia. Per quale ragione?

Israele non è un popolo come gli altri, la consapevolezza di essere nato da un’esperienza particolare, unica, è ben diffusa nella tradizione biblica. Israele sa di essere il popolo che Dio ha scelto per fargli da testimone davanti al mondo. È il popolo liberato e accudito per manifestare le grandi opere di Dio.

Dio non ha forse detto agli israeliti:

«Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatto venire fino a me. Ora, se darete ascolto alla mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me una proprietà particolare tra tutti i popoli; mia infatti è tutta la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa»

(Es 19,46)?

E il piccolo popolo di Israele, formato da nomadi senza terra liberati dalle mani del Faraone, non ha forse fatto esperienza di un Dio che si rivela, che li libera, che si racconta?

Il Signore si è legato a voi e vi ha scelti, non perché siete più numerosi di tutti gli altri popoli – siete infatti il più piccolo di tutti i popoli –, ma perché il Signore vi ama e perché ha voluto mantenere il giuramento fatto ai vostri padri: il Signore vi ha fatti uscire con mano potente e vi ha riscattati liberandovi dalla condizione servile, dalla mano del faraone, re d’Egitto (Dt 7,78).

Israele ha conosciuto, come mai nessuno fino ad allora, il volto di un Dio misericordioso, compassionevole, fedele e geloso, che lo ha sempre difeso e protetto dai nemici, che ascolta il grido di aiuto nel momento del bisogno (1Sam 7,89). Fra Dio e Israele c’è un patto, un’alleanza, un’amicizia fondata sulla fiducia, sul rispetto, sull’osservanza dei reciproci impegni.

Che bisogno c’è, allora, di un re? Leggiamo il testo:

Allora si radunarono tutti gli anziani d’Israele, andarono da Samuele a Rama e gli dissero: «Ecco, tu ormai sei vecchio e i tuoi figli non camminano sulle tue orme. Stabilisci quindi per noi un re, che ci governi, come hanno gli altri popoli».

Questa cosa dispiacque a Samuele, perché avevano detto: «Dacci un re che ci governi». Perciò Samuele implorò il Signore. Il Signore rispose a Samuele: «Ascolta la voce del popolo in tutto quello che ti ha detto, perché non hanno rigettato te, ma hanno rigettato me, perché io non regni più su di essi. Come si sono comportati dal giorno in cui io li trassi fuori dall’Egitto fino ad oggi, abbandonando me per servire altri dei, così si comportano ora nei tuoi confronti. Ma ora ascolta la loro richiesta. Però annunzia loro chiaramente le pretese del re che regnerà su di essi» (1Sam 8,49).

Il problema, obiettivamente, esiste.

I figli di Samuele, Ioel e Abia, sono dei briganti, approfittano della loro carica per far soldi, si fanno corrompere (1Sam 8,23). Un vero disastro. Samuele ormai è anziano e occorre trovare una soluzione. I Filistei sono stati battuti, è vero, ma c’è bisogno di qualcuno che prenda in mano la situazione per organizzare una difesa contro eventuali assalti da parte dei popoli nemici.

Ecco allora l’idea di avere un re che governi, come hanno gli altri popoli.

È qui il vero termine della questione: Israele si dimentica di essere un popolo diverso e vuole omologarsi agli altri. Terribile.

Fanno dei nemici di ieri il loro modello per domani, dimenticandosi di Dio, semplicemente.

Come se non ci fosse. Come se non avesse agito fino ad allora. Come se non agisse.

Non succede così anche a noi? A me?

Siamo nel mondo, e questo è innegabile. Eppure non siamo del mondo (Gv 15,19). O non dovremmo. Cioè non ci omologhiamo alla logica del mondo, il nostro sguardo sulla realtà non è mondano.

Un po’ è inevitabile, siamo onesti.

La Parola può contagiare la vita, formare il pensiero, forgiare le scelte. Ma è così faticoso avere un pensiero altro e alto! A volte proprio non ce la si fa! Davanti alle vicende della vita, quasi sempre, agiamo d’istinto, come farebbero tutti, e Dio è ben lontano dal nostro orizzonte concreto e reale.

Ma qui la situazione è molto più seria.

Israele smette di credere in se stesso. Non guarda più alle grandi opere di Dio. Prende delle scorciatoie davanti alle difficoltà. Imita le soluzioni di chi non ha un Dio, di chi confida solo sulla propria forza.

Smette di credere di essere chiamato a diventare luce delle nazioni (Is 49,6).

Vuole un re come tutti gli altri.

Israele sceglie il basso profilo. Si omologa. Si adegua. Proprio come facciamo noi.

Scenata biblica

Eppure, davanti a questa richiesta, Dio, diversamente da un irritatissimo Samuele, apre ad una possibilità.

E questo è strabiliante. E straordinario.

Invita Samuele a dare ascolto al popolo (1Sam 8,7.9). Gli chiede di accontentarli.

La monarchia non è un’iniziativa di Dio, ma del popolo, ovvio.

Non sarà condivisa, ma consentita. Dio non approva, ma non ne impedisce la nascita.

È Dio che si adatta, che cerca anche in questo rifiuto una soluzione per non abbandonare Israele.

Come succede anche a noi.

Mi indica la direzione verso la meta, come fa il navigatore della mia auto, ma se prendo una strada diversa, ricalcola il percorso.

La risposta di Samuele alla richiesta del popolo è du­ rissima.

Probabilmente quella che stiamo per leggere è la pagina più anarchica dell’intera Bibbia. Una durissima requisitoria nei confronti del potere umano. Di ogni potere.

È un testo molto polemico, aspro, rabbioso, contestatore. Non apre a nessuna speranza, non c’è ombra di ottimismo: non c’è che un modo di essere re. Diventare un ­tiranno.

Leggiamo:

«Queste saranno le pretese del re che regnerà su di voi: prenderà i vostri figli per preporli ai suoi carri e ai suoi cavalli, perché corrano davanti al suo cocchio; per costituirli capi di mille e capi di cinquanta, per arare la sua campagna, per mietere la sua messe, per fabbricare le sue armi da guerra e gli attrezzi dei suoi carri. Prenderà anche le vostre figlie come profumiere, cuoche e fornaie. Prenderà pure i vostri campi, le vostre vigne e i vostri oliveti migliori e li darà ai suoi ministri; prenderà la decima parte delle vostre sementi e delle vostre vigne e la darà ai suoi eunuchi e ai suoi ministri. Vi sequestrerà gli schiavi e le schiave, i vostri armenti migliori e i vostri asini e li destinerà ai suoi lavori. Prenderà la decima parte dei vostri greggi e voi stessi diventerete suoi schiavi. Voi griderete a causa del re che vi siete scelti, ma il Signore non vi risponderà» (1Sam 8,1118).

Il tragico ritornello che cadenza la requisitoria è prenderà.

Il re come un nuovo Faraone. Che possiede le vite dei sudditi, che li porta alla miseria.

E il popolo che torna ad essere schiavo. Che sceglie di tornare ad essere schiavo.

Gli studiosi sostengono che questo discorso così duro sia stato probabilmente scritto dopo l’esperienza, non pro prio esaltante, del regno di Salomone. È evidente che i teologi conservatori dell’epoca fossero contrari al centralismo legato necessariamente ad una monarchia.

Il pessimismo cosmico verso il governo centrale, per poterlo capire, deve essere inserito in un contesto di forte diffidenza verso il potere, in una visione pura e dura dello status unico del popolo di Israele, condotto direttamente da Dio. Coloro che si considerano depositari della vera alleanza, della sua corretta interpretazione e applicazione, che considerano Dio l’unico re di Israele, che teorizzano una ierocrazia, non possono nemmeno concepire che possa esistere un re che rischi di diventare un sostituto della divinità (quante volte storicamente è successo!).

Eppure, anche in questo contesto, da questa pagina emergono alcune prese di posizione degne di nota.

Davanti alla contrapposizione fra Samuele e il popolo, Dio fa da mediatore.

  • indubbio che questo testo, al di là del suo riferimento storico, pone uno dei grandi problemi di ogni fede, di ogni esperienza religiosa: Cesare o Dio? Davanti al rapporto fra potere e fede non propone una soluzione definitiva, come Gesù stesso non farà (Mt 22,21), ma rivela che si tratta di un tema urgente e necessario per la comunità credente, un tema cruciale, oggi come allora.
  • difficile concepire una vita sociale fondata sulla teocrazia.

Ma è problematico, per un credente, accettare l’ingerenza di un potere umano nella sua vita concreta.

Qualcosa di prezioso è andato perduto, Israele sembra non accorgersene. Dando il benservito a Dio si illude, spera, forse, di trovare una collocazione nel mondo. Non desidera più essere un popolo a parte. Vuole diventare come tutti, senza rendersi conto che la normalità lo annienterà.

Si illude di trovare nella contingenza di una forma di governo la risposta ai suoi bisogni profondi.

Come spesso facciamo anche noi.

Cesare o Dio?

Non abbiamo risposte. La Bibbia non ne offre, checché se ne dica.

Colpisce la tolleranza di Dio verso la richiesta del re: egli lascia aperta ogni soluzione, sarà lui ad adattarsi. E così, concretamente, si configurerà l’esperienza della monarchia in Israele, fra alti e bassi, glorie e catastrofi: sarà sempre Dio a metterci una pezza. Con Dio, come vedremo, sempre pronto ad intervenire, a supportare, a incoraggiare, a perdonare, a ricominciare.

Al lettore la valutazione della scelta monarchica, sembra dire l’autore del testo biblico.

A noi la fatica di tenere un equilibrio, di tracciare un percorso. Da questa e da altre riflessioni si giungerà, non senza fatica, a delineare l’attuale posizione della Chiesa riguardo al rapporto fra fede e potere2.

Ciò che è certo, però, è che questa pagina afferma con chiarezza che le questioni pubbliche sono centrali nella Bibbia3. Che Dio non si occupa solo di anime.

Certo che, davanti alla reazione di Samuele, non vorrei essere nei panni del re che verrà scelto.

Nei panni di Saul.

2 Ottimo riassunto nel documento della Pontifica Commissione Giustizia e Pace: Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa del 2006. Lo si trova sul sito del Vaticano.

3 Queste ultime riflessioni le devo a Brueggemann W., I e II Samuele, Claudiana, Torino 2005, 79.

Ma, scavando dietro le parole, dietro l’apparenza, si nasconde una verità ancora più problematica.

Samuele farà di tutto per far naufragare la monarchia, disobbedendo di fatto a Dio.

Perché non tollera il fatto di essere rottamato dal po­polo.

Sotto sotto

I piani si sovrappongono.

La questione della nomina di un re è enorme, capitale, di vitale importanza e, in effetti, ha molto a che fare con l’idea di Dio che abbiamo.

Ma dietro ai grandi principi, quante volte l’ho visto!, spesso si nascondono le piccinerie degli uomini. E se ora le staniamo non è per esprimere un giudizio morale sulle persone, ma per ribadire, se ancora ce ne fosse bisogno, che Dio si serve anche di uomini piccoli per compiere grandi cose.

Ad una prima, distratta lettura, Samuele appare come il campione di Dio, il difensore delle sue prerogative, colui che prende molto sul serio le perplessità divine e si schiera a suo favore.

Ma è proprio così?

L’autore del testo biblico, che sembra anch’esso schierato a difesa di Dio contro la monarchia, ci lascia qualche indizio.

Nel capitolo precedente, quando cioè Israele, anche per mano di Samuele, riesce finalmente a liberarsi dall’oppressione dei nemici, si dice che: Samuele fu giudice d’Israele per tutto il tempo della sua vita (1Sam 7,15).

Bene!, direte voi.

No, mica tanto. Perché chiaramente Samuele è un profeta, non un giudice.

I giudici si gettavano nella mischia, salvando Israele come degli eroici condottieri. Samuele non fa nulla del genere. Correttamente, da profeta, ammonisce il popolo, costruisce un altare dopo la vittoria (1Sam 7,17), ma lui non è un giudice, non ha combattuto, non ha difeso fisicamente la sua gente, non ha impugnato nessuna arma.

Peggio: approfitta della sua popolarità per estendere la sua giurisdizione a Betel, Galgala e Mispa, anche se, di fatto, risiede a Rama (1Sam 7,16).

Si è decisamente allargato, Samuele. Diciamo che interpreta il suo ruolo di profeta in maniera a dir poco originale. Di fatto fa il giudice, il governatore e lo fa centralizzando la sua giurisdizione. Una specie di piccolo re, insomma.

Compie un pericoloso slittamento dal ruolo di profeta a quello di giudice.

Non basta. Approfitta della sua popolarità per fare qualcosa di inaudito: nomina i suoi figli giudici anche se tale ruolo non era affatto ereditario, perché Dio suscita la persona giusta al momento giusto. E li costituisce giudici a Bersabea (1Sam 8,12), nel Neghev.

Bersabea?

Ma lui e i suoi figli abitano a Rama, appartengono alla tribù di Beniamino, in Giudea, la più piccola fra le dodici! E quando diventa evidente che i suoi figli lucrano facendosi corrompere, come già accaduto con gli inetti figli di Eli, Ofni e Finees, che disonorarono il loro sacerdozio, non fa come il suo mentore e maestro, che si era preso la briga di rimproverarli duramente, ma tace (1Sam 2,1317.2225).

Insomma: l’irritazione di Samuele alla richiesta del popolo di avere un re è certamente legata alla sua devozione verso Dio. Ma anche al suo sconcerto nel vedersi messo da parte. Nel vedere i suoi progetti per i figli naufragare miseramente.

Da cosa si deduce? Prendete, ad esempio, le parole rivoltegli dal popolo: «Ecco, tu ormai sei vecchio e i tuoi figli non camminano sulle tue orme. Stabilisci quindi per noi un re, che ci governi, come hanno gli altri popoli»

(1Sam 8,5). La reazione a tale richiesta è che «questa cosa dispiacque a Samuele, perché avevano detto: “Dacci un re che ci governi”».

Non è così! Il popolo ha detto tre cose: sei vecchio, i tuoi figli sono dei delinquenti, vogliamo un re. E lui fa finta di non sentire le prime due ed enfatizza solo l’ultima parte.

La sua reazione stizzita non fa pensare ad un sussulto di devozione, ma all’orgoglio ferito.

Se ne accorge anche Dio.

La sua risposta al lamento del profeta è bellissima:

«Ascolta la voce del popolo in tutto quello che ti ha detto, perché non hanno rigettato te, ma hanno rigettato me, perché io non regni più su di essi» (1Sam 8,7).

Ascolta tutto!, replica Dio, non solo le cose che ti feriscono. Smettila di essere il metro di giudizio dell’universo! Come succede anche a me, quando sono ferito dal giudizio di qualcuno e smetto di ascoltare veramente, tutto concentrato su quel giudizio che considero ingiusto.

È vero, ti stanno mettendo da parte, dice Dio, ma la cosa grave è che mettono da parte la mia alleanza cercando un altro difensore!

Dio insiste:

«Come si sono comportati dal giorno in cui io li trassi fuori dall’Egitto fino ad oggi, abbandonando me per servire altri dei, così si comportano ora nei tuoi confronti. Ma ora ascolta la loro richiesta. Però annunzia loro chiaramente le pretese del re che regnerà su di essi» (1Sam 8,89).

Sta dicendo all’offeso Samuele: e io cosa dovrei fare? Quante volte sono stato abbandonato!

E poi lo sprona: ascolta la loro richiesta. Grandioso! Non dice: minaccia tuoni e fulmini, minaccia rovina, distruggili! Ma ascolta la loro richiesta.

Come dicevamo prima: Dio non è d’accordo sulla richiesta di un re, ma non la rifiuta.

E traccia un nuovo percorso: Samuele deve superare il proprio orgoglio ferito e ammonire il popolo, avvisarlo. Ma di che cosa?

Grammatica divina

Ci troviamo davanti ad una delle tipiche frasi incomprensibili della Bibbia. Perché ciò che Dio dice può essere interpretato in tre modi molto diversi4.

Può voler dire, a grandi linee: devi enunciare le stipulazioni dell’alleanza ed esporrai loro il diritto del re, quindi Samuele diventa un mediatore fra monarchia e alleanza.

4 Per tutta questa parte ho trovato molto utile l’ampia e documentata riflessione di Wenin A., Il re, il profeta, la donna. Testi scelti sui primi re d’Israele, EDB, Bologna 2014. Considero il prof. Wenin un dono per la Chiesa per la sua capacità straordinaria, qui e altrove, di approcciare il testo biblico.

 

Oppure: devi avvertirli ed esporrai loro l’abitudine dei re, quindi Samuele fa il consigliere e ammonisce il popolo su come si comportano i re degli altri popoli.

O, ancora, devi testimoniare contro di loro ed esporrai il giudizio del re, facendo di Samuele un giudice rabbioso per conto di Dio, l’unico re.

Indovinate come la capisce Samuele? Esatto: non fa il mediatore o il consigliere, ma il giudice pieno di livore, come abbiamo letto più sopra. Il giudice per conto di Dio.

Succede così anche a me: quando cerco dei suggerimenti da Dio e questi sono piuttosto confusi, non so per quale ragione alla fine, ciò che capisco è molto simile a ciò che avevo già deciso di fare (qui ci vorrebbe un’emoticon sorridente ma questo è un libro serio).

Ma, quel che è peggio, Samuele manipola la richiesta di Dio.

Rileggete bene, per favore: Dio aveva detto: non sono d’accordo, ma tu ascoltali e dà loro un re.

Samuele interpreta: Dio (o Samuele?) non è d’accordo, quindi non vi do nessun re.

Non obbedisce al popolo. Nessun sha’ ûl, il richiesto, sarà donato.

Dopo la filippica contro la monarchia, dopo avere giudicato e non ammonito o consigliato, né tantomeno mediato, la reazione del popolo è sconfortante.

«II popolo non diede retta alla voce di Samuele e disse: “No: su di noi ci sarà un re! Così saremo anche noi come tutte le nazioni; il nostro re ci governerà, uscirà alla nostra testa e combatterà le nostre battaglie”» (1Sam 8,19).

Samuele non ha ascoltato le richieste del popolo e nemmeno quelle di Dio. il popolo non ascolta le sue. Ovvio. Lampante. Anzi, la risposta, ora, è secca, stizzita. No. Nessuna ripresa delle motivazioni, solo il ribadire la necessità di un re che li difenda. Non è più una richiesta ma un’affermazione perentoria. No. Un dialogo fra sordi.

Un cuore chiuso produce chiusura.

Samuele si vede perso. Non sa che fare. Torna da Dio per riferire ciò che ha detto il popolo e per essere rassicurato (letteralmente c’è scritto parlare alle orecchie di, che indica urgenza).

Ma Dio insiste: Ascoltali: regni pure un re su di loro

(1Sam 8,22).

Ribadisce l’ordine: va bene che ci sia un re ma dev’essere lui, Samuele, a sceglierlo.

Dio traccia una nuova strada.

Se proprio vogliono davvero un re, che almeno sia un re credente, un re fedele, un re devoto.

Chiaro, no?

Sì, buonasera.

«Allora Samuele disse agli Israeliti: “Ognuno ritorni alla sua città!”» (1Sam 8,22).

Non ubbidisce a Dio, rimanda tutti a casa.

Non media, fa ostruzione. Stupito del fatto che Dio non la pensi come lui.

Manipola il pensiero di Dio, anche se è un profeta. Un grande profeta capace di sentire sin da bambino la

chiamata dell’Altissimo (1Sam 3).

Essere dei grandi santi non significa evitare grandi errori.

Non vorrei essere nei panni del povero Saul.

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