Parliamone

Parliamone, allora.

Parliamo di quello che è successo anche se ora, con qualche titubanza, con prudenza, distanziati e mascherati, il peggio sembra essere passato.

Per due mesi non abbiamo celebrato l’eucarestia.

È stata una sorta di lunga quaresima che è continuata nel tempo pasquale. Non abbiamo celebrato il cuore dell’anno liturgico che è il Triduo pasquale. Abbiamo assistito a messe in streaming, magari mentre facevamo le pulizie di casa.

Poi il dibattito acceso, a tratti eccessivamente acceso, sulla ripartenza, sul poter celebrare nuovamente quell’eucarestia senza cui, come dicevano i martiri di Abitene, non possiamo vivere. E riflessioni di liturgisti, teologi, pastoralisti, sulle condizioni minime affinché quel gesto fosse davvero la cena del Signore.

Ma, soprattutto, quel lungo digiuno ha messo a fuoco inequivocabilmente due aspetti dello stato di salute della nostra Chiesa italiana. Uno positivo: l’eucarestia rimane il centro della nostra azione pastorale e ne abbiamo sentito la mancanza con inattesa nostalgia. Niente a che vedere con le cerimonie come sono state definite dal nostro Presidente del Consiglio (che tristezza). Uno negativo: l’eucarestia, nella realtà dei fatti di molte comunità, rimane l’unica presenza del cristianesimo e i nostri bravi cristiani, tolta, quella, sono affogati nella paura e nella solitudine della quarantena.

Parliamone, allora. Riflettiamo su quanto accaduto.

Perché io sono fra quelli che pensa che questa grande scossa sia salutare, sia una grande opportunità, per operare un cambiamento, per tornare, infine, ad essere discepoli.

Per capire che razza di dono prezioso ci è stato regalato.

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