1. LEGGI IL BRANO DEL VANGELO

    Natale del Signore, La messa dei Pastori

    Lc 2, 1-14
    Dal Vangelo secondo Luca

    In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città.
    Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta.
    Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio.
    C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».
    E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva:
    «Gloria a Dio nel più alto dei cieli
    e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».

    C: Parola del Signore.
    A: Lode a Te o Cristo.

    • 20 – 26 Dicembre 2015
    • Tempo di Avvento IV, Colore viola
    • Lezionario: Ciclo C, Salterio: sett. 4

    Fonte: LaSacraBibbia.net

Luce nelle tenebre

È bellissimo il Natale. Bello e intenso.

Bello perché smuove il bambino che è in noi.

Perché fa riaffiorare i ricordi d’infanzia.

È bellissimo il Natale: è la festa dei bambini e dei loro sogni, della loro innocenza, prima che essa

venga travolta dagli affanni della vita e dalla consapevolezza del dolore.

È la festa del bambino che è ancora in noi, che osa sognare, che si lascia coinvolgere ed entusiasmare dalla famiglia radunata attorno al fuoco del caminetto o intorno al tavolo apparecchiato con la tovaglia delle feste e le candele colorate.

È bello anche se, una volta diventati adulti, le sofferenze della vita ci amareggiano e ci rendono più duri e disillusi, disincantati e, Dio non voglia, cinici. Ma, nonostante il fermo proposito di non lasciarci coinvolgere dal clima natalizio, può succedere che la nostra scorza si incrini appena un’immagine, un odore, un suono ci raggiungono e ci sprofondano nell’infanzia vissuta.

O desiderata.

Come se una chiave aprisse una porta spalancata su un mondo meraviglioso di felicità intensa e inattesa. Perciò è così bello il Natale. Ogni Natale. Nonostante tutto.

Ma

È terribile il Natale. Orrendo e straziante.

Perché il clima di famiglia e di armonia, di forti emozioni e di sentimenti positivi che richiama, per molte persone, è insopportabile. Insostenibile. Una tragica illusione, una chimera. Un autentico strazio. Sanguinante.

Per quanti passano il Natale da soli in casa, senza festeggiare, o invitati all’ultimo momento da un lontano parente, per quanti non ricevono regali. Per chi ha sperimentato il lutto o la sofferenza. Per chi ha accanto una persona che non ama più, per chi aveva accanto a sé una persona che amava e che ora se n’è andata.

È un abisso il Natale, con tutte le immagini patinate che ci giungono dalla televisione e che sembrano dire una cosa sola: oggi tutti sono felici e spensierati, tranne te.

E, allora, speri solo che passi, che arrivi l’Epifania.

Cerchi di gestire l’ansia, perdi lucidità e tutti i ragionamenti che fai non servono a lenire il dolore. Come un brutto raffreddore dell’anima, aspetti solo che se ne vada, che si spengano le luminarie e si riportino in cantina addobbi e alberi. E speri di riprendere a lavorare, di tornare a scuola, di sentire finalmente sparire dalle labbra dei conoscenti l’augurio rituale.

Fra parentesi

Voglio mettere fra parentesi le mie emozioni. Voglio capire cosa è venuto a fare Dio nella Storia. Nella mia vita. Nella mia inutile vita. Voglio riscoprire tutta la stupenda pazzia di un Dio che diventa uomo. Per imparare ad essere uomo fino in fondo. Voglio riscoprire la leggerezza di Dio.

Perché Dio si è fatto uomo?

È la domanda che si è posto un famoso teologo medioevale, un monaco, sant’Anselmo di Aosta.

Ma è la domanda che vogliamo che emerga in questo nostro Natale.

Perché, ad essere onesti, dobbiamo ammettere che il Natale un po’ ci è stato rubato.

E, tragicamente, non abbiamo nemmeno sporto denuncia, non ci siamo mossi per cercare di recuperarlo. In fondo va bene così come è diventato: la festa della bontà più zuccherosa e banale, un collettivo e vago richiamo alla tenerezza che si dimentica il giorno dopo, l’apoteosi dei luoghi comuni sulla famiglia, sul volersi bene, sull’emozione natalizia…

Sì, Dio si è fatto uomo.

Visto che non riuscivamo ad avere un’idea corretta di Lui, come scrive il teologo san Tommaso d’Aquino. Nonostante i profeti. E le Scritture. E le meraviglie del cosmo. E la coscienza che, dalla nascita, si stupisce dell’esistente senza darsi una risposta.

Nonostante tutto eravamo zoppi e ciechi, incapaci di capire. Un passo avanti e dieci indietro.

Stupiti dal volto di Dio rivelato dai profeti biblici, salvo poi stravolgerlo e piegarlo ai nostri appetiti, alle nostre paure, alla menzogna.

Un Dio diventato idolo e fantoccio per giustificare le guerre e mascherare le ingiustizie.

Dio non ne poteva più di essere continuamente sfigurato.

Così ha deciso. È venuto per raccontarsi. Così che nessuno potesse più mistificare il suo vero volto.

O, almeno, quella era l’idea.

Luce e ombra

È che spaventa quel neonato. Irrita. Disturba.

Ci inquieta anche solo immaginare che Dio, davvero!, abbia deposto il suo abito di eternità per rivestire quello lacero e sporco dell’umanità. Se preso sul serio, il Natale ci mette in crisi.

Ci interroga.

Dio che si fa accessibile, incontrabile, neonato fragile e indifeso, demolisce i nostri infiniti pregiudizi su Dio.

Dio è lontano. Dio si disinteressa di noi. Dio è misterioso e cupo, lunatico e incomprensibile.

Dio vede e non interviene, lascia morire di fame i bambini.

Dio non ferma le guerre e i terroristi. Dio fa morire di cancro la giovane mamma e tiene in vita l’omicida spietato.

Un Dio pasticcione e inquietante. Anche quello dei cattolici che credono senza mai porsi una domanda, senza un fremito, senza un sussulto, senza una domanda. Credono come le pietre, non saldi, ma freddi e inanimati.

Cos’ha a che vedere, questo neonato che si allatta all’acerbo seno di un’adolescente, con l’orribile idea di Dio che portiamo nel cuore?

Eppure Dio è diventato uomo esattamente per cambiare la nostra vita. Per svelarci chi è lui. Perché vedendo lui, capiamo chi siamo noi. Chi sono io.

Impasto di fango plasmato ad immagine di Dio. E riempito d’anima.

Dio diventa uomo per salvarci dai peccati, come hanno scritto i padri della Chiesa latina.

Dio diventa uomo perché l’uomo diventi come Dio, come hanno scritto i padri della Chiesa d’Oriente.

Dio diventa uomo, aggiungo, perché, l’uomo, finalmente, impari a diventare uomo.

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