Giovanni e Andrea hanno seguito il Nazareno, si sono fermati da lui, sono andati a vedere; tutto, ora è cambiato. Lo seguono nel suo camminare, nel suo percorrere la Galilea, sua terra natale, per inoltrarsi fino a Cafarnao, il centro economico e militare della zona del lago, la casa paterna dei figli di Zebedeo.
Il Battista è stato arrestato: troppo scomoda la sua predicazione, troppo libera, ha pestato i piedi all’inetto Erode, figlio di Erode il Grande, e ha ferito l’orgoglio di una permalosa, spregiudicata e vendicativa donna che ne ha chiesto la testa.
Inizia così il secondo vangelo, il più asciutto, il più antico dei quattro, scritto dal giovane Giovanni Marco per i discepoli di Roma, Babilonia, su suggerimento di Simone il pescatore.
L’inizio della predicazione in Galilea di Gesù è riassunta da Marco in pochi versetti densi di sconcertante novità.

Dio è qui, ora
Il Battista è “consegnato”, riferisce letteralmente il giovane Marco, come ad indicare una Provvidenzialità anche negli eventi umani più balordi, un intervento di Dio anche quando Dio sembra dimentico dei suoi figli, e Gesù ne prende il testimone, ne prolunga l’opera, da’ senso al sacrificio del cugino, vissuto per preparagli la strada.
Gesù inizia il suo ministero quando sarebbe stato prudente smetterlo, inizia la sua missione in pieno clima di persecuzione verso i profeti, così simile al nostro, così come Giona, il pavido profeta, annuncia la distruzione ai Niniviti senza sapere cosa lo aspetti.
Gesù annuncia una buona notizia da parte di Dio: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel vangelo”.
Il tempo è compiuto, questo è il momento giusto, non aspettare oltre: ora, oggi, adesso Dio è qui.
Quante volte ci manca il tempo per fare le cose che vorremmo, per incontrare le persone che amiamo, per sederci a godere delle gioie (pochine) che la vita ci dona! Quante volte rimandiamo le cose da fare a momenti più opportuni, a giorni migliori! Anche nella fede (ahimé), quanta fatica facciamo a vivere il presente, rimandando la conversione, arrendendoci alla tirannia del caos quotidiano!
Gesù scuote la testa: Dio è qui adesso, mentre stai leggendo queste parole.
Dio è qui adesso, anche se non lo senti, anche se non te ne accorgi, anche se la stanchezza o il dolore hanno annebbiato la tua vista interiore. Dio è qui, perché egli si è fatto vicino, perché Natale ci ha spalancato all’evidenza di un Dio accessibile.

Il Regno è qui
Non solo Dio è accessibile, ma è possibile costruire il suo Regno, vivere nella logica del Vangelo, creare degli spazi, dei luoghi, che diventino succursali del Regno. Non ti devi sforzare, né lo devi meritare (è gratis!), devi solo accorgertene e collaborare.
Se è davvero così, se basta voltare la testa per incrociare lo sguardo di Dio, che aspetti?
Cambia il tuo approccio al Signore!
Forse non te ne accorgerai subito, dice Marco, forse le vicende della vita hanno ispessito la tua anima, ma, fidati, se volgi il tuo sguardo finirai inesorabilmente per incrociare quello del Rabbì.
Credici, è la più bella notizia che tu possa ricevere. oggi: Dio ti si è avvicinato (perché ti ama)
Tutta la nostra fede è racchiusa in questo annuncio: il progetto di bene di un Dio che si fa vicino e il nostro impegno ad accoglierlo, la nostra fatica a non lasciarci travolgere dalle cattive notizie e a lasciar germogliare il bene e il bello che c’è in noi.
Ed è una notizia così nuova, così vera, così profonda, che tutto diviene relativo, e gli eventi della vita, anche quelli belli come gli affetti, sono il proscenio che vede Dio come attore protagonista, dice Paolo.

Ovunque
La chiamata degli apostoli ci rivela che quest’annuncio ci coglie proprio là dove viviamo, che non abbiamo scuse di sorta, che non possiamo nasconderci dietro i troppi impegni e le troppe cose da fare, né rimandare ad una settimana di esercizi la nostra conversione: al lavoro Gesù chiama Simone e Andrea, mentre riposano chiama Giacomo e Giovanni.
Gesù passa e ci chiama, tutti, ovunque.
Non ci sono condizioni per diventare suoi discepoli: l’unica cosa che ci è chiesta è la conversione, l’atteggiamento di chi si rende conto che la risposta vera è nel cuore di Dio, di chi decide di mettersi davvero e sul serio in ascolto, come gli abitanti di Ninive nella prima lettura, come chi segue il suggerimento di Paolo: passa la scena di questo mondo.
L’ammonimento di Paolo a vivere nel presente con distacco è quanto mai necessario per la conversione. Intendiamoci: “distacco” non significa disinteressarsi del mondo (errore storicamente commesso da parecchi cristiani) ma significa vivere nel mondo con il giusto equilibrio. Significa che il mio lavoro, la mia famiglia, mio marito e i miei figli, il mutuo da pagare sono importanti, certo, ma non sufficienti a colmare il mio cuore, né sufficienti a spegnere il desiderio di assoluto che mi mozza il fiato. E Paolo lo sa bene, lui, che di cui oggi ricordiamo la conversione e che ha visto la sua vita di super credente, di zelante e intollerante fedele diventare strumento di evangelizzazione nelle mani di Dio, l’imprevedibile.

Lasciare le reti
Lasciamo le reti, tutte le reti che ci legano, i pensieri, i giri di testa, i troppi impegni che ci impediscono di lasciarci amare da Cristo. Il suo messaggio continua attraverso la nostra piccola vita, dentro il nostro percorso quotidiano. Siamo chiamati a diventare pescatori di umanità, a tirar fuori tutta l’umanità nascosta nelle pieghe della vita, in questo mondo disumanizzato e disumanizzante.
Il Regno avanza, è presente, ci ammonisce Gesù, accorgitene, lasciati raggiungere, Dio ti ama.
E questo mi cambia la vita.
Queste sono davvero buone notizie.

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