Seconda domenica di Pasqua

At 5,12-16/Ap 1,9-11.12-13.17-19/ Gv 20,19-31

Come noi

È fragile la nostra fede.

Ogni fede, soprattutto in questi tempi smarriti e claudicanti, incerti e affaticati, violenti e folli. In cui sembra che il fragile equilibrio mondiale faticosamente raggiunto sia messo in radicale discussione dai fenomeni umani che governano (malissimo) le sorti del mondo.

È fragile la mia fede.

Soprattutto quando devo confrontarmi con le mie ombre. Quando l’entusiasmo dell’incontro con il Signore si affievolisce, smorzato dalla quotidianità. Quando manca l’eucarestia, e la comunità, e il contatto fisico.

Soprattutto quando deve fare i conti con i tanti atteggiamenti dei cristiani che contraddicono la fede che professano. Senza diventare i giudici o i censori, senza scivolare nel populismo ecclesiale, senza volere come pastori e compagni di viaggio dei santi con aureola (visibile), resta il fatto che questi ultimi decenni hanno lasciato profonde ferite nelle nostre comunità.

Mettendo in luce la stanchezza delle nostre abitudini e la poca consistenza sulle nostre convinzioni di fede.

Sulla vita, la morte, la bontà di Dio, la giustizia, il dolore.

Viviamo, insomma, un ennesimo momento di sbandamento, di afasia, di paura davanti alla paura della guerra, della distruzione. Consapevoli che tutto ciò che conosciamo e amiamo può essere spazzato via in un istante. 

Come ha sperimentato Tommaso, patrono dei credenti feriti e fragili. 

Chiedete a lui come ha fatto a superare il trauma del vedere il suo maestro sepolto in una manciata di ore. Chiedeteglielo in questa giornata che celebra la divina misericordia, la compassione di Dio.

Quella che converte, infine. […]

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