Quarta domenica di Pasqua

At 2,14.36-41/1Pt 2,20-25/ Gv 10,1-10

Pastori, guardiani e cani

Eravate erranti come pecore,
ma ora siete stati ricondotti al pastore 
e custode delle vostre anime.

È risorto, il Signore, il pastore, il custode della mia vita, della mia anima.

Inutile cercarlo fra i morti, inutile imbalsamarlo, inutile seppellire Dio.

È risorto, anche in mezzo a un mondo impazzito e violento, che ha ribaltato le nostre convinzioni, che spaventa, che mette in dubbio la nostra (piccina e sincera) fede.

È una lunga festa di pietre rotolate, la Pasqua, un evento di massi ribaltati, di definitività rimesse in discussione, di canti funebri interrotti.

Una luce che irrompe potente nelle nostre tenebre, una Parola che ci scuote mentre, tristi, ci lamentiamo dell’assenza di Dio, come i discepoli di Emmaus.

Ma, lo viviamo sulla nostra pelle, ci vuole del tempo per convertirsi alla gioia.

E percorsi interiori, strade dell’anime tracciate dallo Spirito per potersi finalmente arrendere all’evidenza. Che passano anche attraverso tempi inquieti e destabilizzanti.

È qui, il risorto. Raggiunge Tommaso. E i discepoli di Emmaus. E noi.

Egli vuole che nessuno vada perduto. Cerca ad una ad una le pecore smarrite.

Smarrite per il troppo soffrire. Per gli scandali suscitati da uomini di Chiesa. Per la nostra stupida inclinazione all’autocommiserazione. Per la paura di morire.

Viene, conosce per nome ciascuno di noi.

E non è come il pastore compassionevole di Luca, che si sfinisce finché non ha ritrovato la pecora perduta: è muscoloso e determinato, il pastore di Giovanni.

Pronto a fare a pugni pur di difendere le sue pecore. Pronto a dare la sua vita. […]

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