Domenica di Resurrezione

At 10,34.37-43/Col 3,1-4/ Gv 20,1-9

Non è qui

Lo hanno sepolto in fretta e furia: già era comparsa la prima stella della notte nella vigilia di quel sabato, che in quell’anno coincideva con la Pasqua ebraica, la Pesah.

Le donne avevano visto dove era stato deposto il corpo straziato, martoriato, ferito, offeso, avvolto da un telo di lino. Era stato Giuseppe di Arimatea a donare la sua tomba, a poche decine di passi dal Calvario.

Era successo tutto improvvisamente, come un terremoto, come uno tsunami, come un uragano.

Nessuno aveva capito cosa stava per accadere. 

In poche ore tutto era finito. 

Gesù era morto.

Le sue parole, il suo sorriso, l’espressione del suo volto. Tutto finito. Nel peggiore dei modi.

I discepoli erano fuggiti, storditi dalla paura, dall’orrore, presi dal panico.

Il terrore si era impadronito dei loro cuori, li aveva scossi, saccheggiati, annichiliti.

Solo le donne avevano avuto il coraggio di mettere da parte le loro emozioni.

Solo loro avevano deciso di tornare al sepolcro per ripulire il suo corpo straziato.

Era stata una Pesah di dolore e mutismo. Poi, verso sera, si erano messe d’accordo: l’indomani, prima dell’alba, sarebbero tornate alla tomba per rendere onore al Maestro.

Così raccontano i Sinottici.

Giovanni, invece, ci dice che fu Maria di Magdala ad andare, sola, quando ancora era buio, al sepolcro.

A piangere. A pregare. A disperarsi. Chissà.

Anche noi, spesso, ci avviciniamo a Dio come se fosse morto e sepolto.

E lo facciamo per lamentarci, per piangere, per sprofondare.

E invece.

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