Due novembre ci riporta immagini antiche, ricordi da bambino: i cimiteri pieni di gente, le tombe ripulite, i fiori, le persone che si incontrano sui vialetti, il silenzio, il clima mesto.
Quest’anno questo momento così importante, normalmente costretto al pomeriggio del giorno dei santi, in un paese come il nostro che non sa dedicare un giorno festivo ai propri defunti, cade di domenica e la sostituisce, dandoci l’opportunità di riflettere sul mistero della morte, mistero faticoso e luminoso, mistero pieno di gioia per i cercatori di Dio.
È un mistero teorico e un po’ fastidioso per chi, giovane e pieno di forza, guarda con sufficienza a questi riti che percepisce distanti e logori e pensa alla morte come ad una eventualità remota, lontana nel tempo.
È un mistero concreto e doloroso per chi, come me, ha perduto qualcuno che ha amato, per chi si è trovato solo dopo una vita fatta di abitudini consolidate, per chi porta nella propria vita le stigmate di un lutto prematuro.

Contraddizioni
Un giorno che obbliga a riflettere ma che sempre più si vede insidiato dalla strisciante logica dell’oblio, del “meglio non pensarci”. Mi racconta un caro amico parroco in Francia che nel cimitero della sua città, una città media da mezzo milioni di abitanti, le tombe che portano un segno di vita, un fiore, un lumino, sono ormai la stragrande minoranza…
Si parla poco e male della morte, in questo nostro misterioso e schizofrenico tempo: da una parte ceniamo davanti al televisore che ci porta in casa stragi e fatti di cronaca, dall’altra importiamo tradizioni come la festa di Hallowen che rischia di banalizzare la morte facendola diventare un’occasione di festa.
Ma chi ha conosciuto la morte, chi ha avuto una persona amata che se ne è andata, prende molto sul serio la morte, anzi la risposta al dilemma della morte in realtà dona senso alla nostra vita.

Memento mori
L’atteggiamento verso la propria morte, atteggiamento adulto non depresso né scaramantico, è all’origine di una ricerca più approfondita del mistero della vita di ciascuno.
Dobbiamo morire, questa è l’unica certezza che abbiamo, oltre l’attimo che stiamo vivendo.
La morte contraddice l’esistenza di Dio?
Davanti alla morte non sentiamo forte la ribellione e la rabbia?
Non è mai il momento di morire, dovessimo scegliere noi chi e quando far morire sarebbe una vera catastrofe… Dio tace, sulla morte e l’uomo è l’unico essere vivente che percepisce la morte come un’ingiustizia. Ma rispetto a cosa?
Paradossalmente questa rabbia rivela la nostra identità profonda, il mistero che ciascuno di noi è.
Dove andremo? Che sarà di noi? Esiste una vita oltre la vita?

Buone notizie
Gesù ha una buona notizia sulla morte, su questo misterioso incontro, questo appuntamento certo per ognuno.
La morte, sorella morte, è una porta attraverso cui raggiungiamo la dimensione profonda da cui proveniamo, l’aspetto invisibile in cui crediamo, le cose che restano perché – come diceva il saggio Petit Prince – l’essenziale è invisibile agli occhi.
Siamo immortali, amici, dal momento del nostro concepimento siamo immortali e tutta la nostra vita consiste nello scoprire le regole del gioco, il tesoro nascosto, come un feto che cresce per essere poi partoriti nella dimensione della pienezza.
Siamo immensamente di più di ciò che appariamo, più di ciò che pensiamo di essere.
Siamo di più: la nostra vita, per quanto realizzata, per quanto soddisfacente non potrà mai riempire il bisogno assoluto di pienezza che portiamo nel nostro intimo.
E Gesù ce lo conferma: sì, è proprio così, la tua vita continua, sboccia, fiorisce, cresce.
Per una pienezza di ricerca e di totalità se hai scoperto le regole del gioco, per una vita di dubbio e di inquietudine, se hai rifiutato con ostinazione di essere raggiunto.
Fa strano dirlo, lo so, ma l’inferno – che è l’assenza di Dio – esiste ed è l’opportunità che tutti abbiamo di respingere per sempre l’amore di Dio, è un segno di rispetto. Certo tutti ci auguriamo che sia vuoto e Dio si svela come un cocciuto che vuole a tutti i costi la salvezza dei suoi figli.

Highlander
L’eternità è già iniziata, amici, giochiamocela bene, non aspettiamo la morte, non evitiamola, ma pensiamoci con serenità per rivedere la nostra vita, per andare all’essenziale, per dare il vero e il meglio di noi stessi.
I nostri amici defunti, che affidiamo alla tenerezza di Dio, ci precedono nell’avventura di Dio.
Dio vuole la salvezza di ognuno di noi, con ostinazione, ma ci lascia liberi, poiché amati, di rispondere a questo amore o di rifiutarlo.
Preghiamo oggi, amici, perché davvero il Maestro ci doni fedeltà al suo progetto di amore.
La nostra preghiera ci mette in comunione con i nostri defunti, fanno sentire loro il nostro affetto, nell’attesa dei cieli nuovi e della terra nuova che ci aspettano.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.