Dio ha un solo desiderio: salvarmi, rendermi felice, colmare il mio tiepido cuore di ogni tenerezza. Dio si è scomodato per venire a dirmelo di persona, Gesù, figlio di Dio, svela compiutamente il disegno di Dio e, dice, è disposto a morire per questo. Ci è chiesta, in questo percorso di vita che è la Quaresima, un’ennesima conversione: da un Messia trionfante a un Messia mediocre, da un Dio da corrompere e con cui mercanteggiare al Padre che sa di cosa hanno bisogno i propri figli, da un Dio misterioso e lunatico che mi giudica con severità, al Dio che desidera la mia felicità più di quanto io stesso la desideri… Siamo liberi, splendidamente, drammaticamente, perché l’amore è libero e rende liberi. Dio corre il rischio del rifiuto, accetta che io possa restare nelle tenebre, per non svelare che le mie opere vengano alla luce. Ma noi, discepoli fragili e appassionati del Maestro, dimoriamo nella verità che è il Vangelo.
Di fronte alla libertà dell’uomo, Gesù resta spiazzato: il grande progetto di annuncio del Regno portato avanti con passione in tre anni si sta rivelando un fiasco. Dopo gli entusiasmi degli inizi, la folla considera Gesù un bidone: i romani sono ancora lì, i malati sono sempre numerosi, il regno messianico ingenuo e trionfante non è venuto.

Il Dio turbato
No, non se l’aspettavano un rabbì così, i greci. Forse si aspettavano un grande profeta o, meglio, un filosofo saggio disposto a condividere con loro la sua dottrina.
Invece trovano un uomo turbato e dubbioso, che vede in quell’interessamento da parte dei pagani una specie di segnale, un’intuizione della propria fine. Tutto si sta compiendo, dunque, forse davvero sta per suonare l’ultima campana.
Non è bastato quanto detto, né i segni, né il volto svelato del Padre. Tutto inutile: l’uomo non sembra in grado di cambiare, preferisce tenersi un Dio severo e scostante, un Dio da servire con sfarzose cerimonie e da corrompere con sacrifici.
Forse, siamo sinceri, hanno ragione i suoi contemporanei: troppo esigente un Dio che ti ama, troppo diverso, troppo. Meglio una religiosità fatta di regole rassicuranti, meglio una religiosità equilibrata, con i suoi limiti e le sue promesse. Cos’ha tanto da arrabbiarsi, il Nazareno? Si è sempre fatto così! E anche i suoi discepoli, noi, ora lo sappiamo, corrono lo stesso rischio.
Gesù è incupito, le cose sono diverse, ora, impreviste.
Sì, certo; alcuni lo hanno seguito, anzi sono entusiasti, ma durerà? E i suoi amici, quelli che ha scelto, che ha seguito, che ha istruito, che ha amato, saranno capaci? Gesù pensa a quei quaranta giorni passati nel deserto di Giuda, tre anni prima.

Il deserto
Nel silenzio assordante del deserto, con il vento che faceva socchiudere gli occhi, vagando tra le rocce spigolose e colorate, nella preghiera aveva scelto, aveva scoperto dentro di sé il sentiero da seguire: non gesti eclatanti, né muscoli, ma un amore offerto e, quindi, disarmato. Non era stato forse lo stile fino ad allora scelto dal Padre? Non era forse l’esperienza di Israele quella di un Dio grande e misericordioso, pieno di attenzione e di premure?
Se non era bastato, se l’uomo continuamente oscillava tra quella e la visione di un Dio così meschino e simile agli uomini, non era forse per un difetto di comunicazione? Ma ora, finalmente, lui era lì. Il Padre aveva talmente amato il mondo da mandare il proprio figlio a dire agli uomini che Dio vuole la salvezza e quella soltanto!
Che fare, ora? Arrendersi? Lasciar perdere, sparire? Abbandonare l’uomo al suo destino?
Una scelta, l’ultima, assurda, paradossale, esiste: la sconfitta. Forse lasciarsi andare, forse consegnarsi, forse sparire, forse servirà a far capire che parlava sul serio.
Forse. Come esserne certi? E’ in gioco la libertà degli uomini, non quella di Dio.
Forse morire, come il chicco di frumento.
Scommessa ardita, rischio inaudito, follia.
Davanti alla morte donata, davanti ad un Dio morto e nudo, l’uomo davvero capirà?
Uscirà dalle tenebre, finalmente?


Sì, Signore, ora possiamo dirtelo, rassicurarti.
Sì, Signore, davanti a quel gesto il nostro cuore si ferma, il respiro mozzo. Dunque questa è la misura del tuo amore?
Dunque questo è il tuo volto, Dio sconfitto?
Tu mi ami fino a questo punto?

Noi
E noi discepoli, sconcertati, meditiamo questa parola luminosa e inquietante: per vivere, spesso, dobbiamo affrontare una morte. E questo ci spaventa.
Non siamo forse convinti che la miglior vita possibile sia quella senza guai? Senza intoppi? Senza sofferenza? Non ci viene ripetuto nelle mille immagini ingannevoli del quotidiano?
Il Signore ci dice che se vogliamo avanzare, rinascere, dobbiamo prepararci a morire a qualcosa. Vero: lo sposo “muore” al suo egoismo per dedicarsi alla sposa. La sposa “muore” sacrificando la sua libertà per dare alla luce un figlio. Il volontario “muore” dedicando il suo tempo libero all’ammalato. Eppure tutti questi gesti danno luce a una dimensione nuova, all’amore, ad una nuova creatura, alla solidarietà.
L’immagine del parto dice bene questa logica intessuta nelle cose: le doglie sono necessarie per dare alla luce una nuova creatura. Ma, è certo, accettare questo discorso è difficile. Quando stiamo soffrendo non pensiamo alla vita che ne scaturirà. Quando stiamo male facciamo fatica ad intravedere il dopo. Quando siamo come il chicco al buio e al freddo della terra, non pensiamo a un Dio misericordioso, ma a un despota che permette la nostra sofferenza.
Gesù ha paura di questo momento, quanto è umano questo Dio impaurito! Eppure ne capisce il disegno, la necessità, e accetta di morire.
Per amore, solo per amore.
Sconfitti nell’essere pacificatori, stupidi e illusi nella terribile logica di questo mondo che mostra i muscoli e manipola Dio. Eppure anche qui, se il chicco non muore, rimane senza frutto.
Abbiamo il coraggio di morire a noi stessi, come ha fatto il Signore Gesù.
Allora, e solo allora, nel nostro cammino di desertificazione, di essenzialità, deposti i pesi, scopriremo quanto Dio ci ama, e vedremo, oggi, nel cuore, con lo sguardo della fede, il Signore Gesù.

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