E’ una scritta in greco, posta sopra le canne dell’organo della parrocchiale di Saint Georges: è la firma del decoratore che – a fine ‘800, ha dipinto la Chiesa. Solo il sacerdote la può leggere, è una specie di dedica piena di poesia: "Théo kallistò kai megistò" al Dio bellissimo e grandissimo. Ci pensavo, domenica, scendendo dal Tabor. E oggi compiamo un altro passo nel deserto. E’ facile, per me, leggendo lentamente questa pagina di Giovanni, socchiudere gli occhi ed immaginare, invece, la sassosa terra di Palestina: il sole cocente, l’aria che evapora, il caldo che si appiccica alla pelle. Mezzogiorno in Palestina che equivale ad una frustata di aria calda e polverosa nei polmoni. Qui, al pozzo di Sicar, nel brullo deserto di Giuda, Dio siede, stanco. Stanco di cercarci, stanco di elemosinare attenzione dalle sue creature. E’ lo strano destino di un Dio che per amore accetta la nostra indifferenza. La Samaritana viene al pozzo ad attingere acqua. Un’ ora inconsueta, che rivela il suo desiderio di non incontrare persone. Non incontrare soprattutto gli occhi e i giudizi degli abitanti di quel minuscolo paesino che conosce la sua frammentata vita sentimentale. E lì, in questo affresco che Giovanni sa descrivere con grazia e pudore, avviene l’incontro. Un incontro di sete e di acqua, di attenzioni e scoperte, d’interrogativi e frescura che riempie il cuore. Gesù inizia, prende l’iniziativa, ci interpella: "Dammi da bere". Una richiesta che rimanda ad un’altra domanda – tragica – dall’alto del legno a cui è inchiodato: "Ho sete". Sì: Dio ha sete di noi, della nostra fede, della nostra attenzione. Ci chiama, ci parla di senso e di pienezza, risveglia la nostra ricerca. La Samaritana non ci sta, non si scopre, gira intorno all’essenziale. "Chi è mai – pensa – questo sconosciuto che mi parla? Che vuole?". Lei come noi, sempre sulle difensive, come se Dio fosse un avversario, un concorrente. No, il dialogo continua, e rivela un Dio sempre meno duro, un volto sempre più attento e rispettoso. Gesù la sa condurre sapientemente, passo dopo passo, dentro se stessa. La porta, con sbalorditiva delicatezza, a mettersi in discussione, a riconoscere il suo limite, a superarlo. La donna ora accetta una domanda personale, che coinvolge la sua affettività e rivela la sua allergia all’incontro con i compaesani: è una donna fragile, giudicata, che incontra solo sguardi e commenti offensivi e che ora – invece – incontra uno sguardo buono sul serio, che non giudica e ama.Imparassimo – noi educatori, genitori, insegnanti – a saper ascoltare chi ci parla, a forzare con delicatezza e rispetto il suo cammino, a fidarsi. Gesù rivela un’inconsueta capacità di dialogo, di relazione, nel rispetto e nell’amore. La Samaritana passa dalla discussione accademica sulla "religione" ("E’ qui che dobbiamo adorare?") alla percezione che davanti a questo sconosciuto può aprirsi, di lui può fidarsi, perché parla di Dio come mai nessuno le ha parlato. E crede. Lascia la brocca – che importa ormai? – e corre dai suoi sospettosi vicini. Non ha più paura, non si vergogna, non si difende. Ha capito, ha trovato l’acqua viva, ne parla, contagia. Il suo limite diventa addirittura mezzo di evangelizzazione: le persone che prima guardava con sospetto diventano persone da contagiare: lei ha incontrato qualcuno che le ha letto la vita, che sia lui il Messia tanto atteso? E in questo crescendo di grazia, l’acqua corre, prima timida, poi sempre più energica, come un torrente in piena. E’ l’acqua della presenza di Dio che da quel giorno ha sostituito il limaccioso pozzo di Giacobbe. L’acqua, la stessa acqua nella quale siamo stati immersi, il giorno del nostro Battesimo. L’acqua della Presenza di Dio, la sola che può dissetarci.
Pagina semplice, fresca, luminosa, che non necessita di troppi commenti. A te che leggi, amico, amica, il Signore chiede di dargli da bere, di chiacchierare, di passare dalle belle definizioni astratte su Dio al coinvolgimento della tua e della mia storia, anche della più oscura. Il Dio che disseta, il Dio che stanco ci attende al pozzo delle nostre giornate, il Dio che non ci giudica quando tutti puntano l’indice, il Dio che riempie e cambia la vita della Samaritana, il Dio che cambia il volto di quel minuscolo paese che spalancherà le proprie case al fiume di grazia, ci attende. Un Dio da incontrare, alla fine del cammino del deserto, da ammirare stupiti sul Tabor, che ci cerca, stanco, per dissetarci.

Un ringraziamento agli amici genovesi per la loro cordiale e sincera accoglienza: meditando Qohelet è stato bello e fraterno conoscere le vostre case e il vostro ambiente di vita, ritrovare, come le prime comunità, spazi in cui si adora lo stesso Dio, si insegue lo stesso sogno…

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