La mia vita, recentemente, è pressata ai lati da una fitta rete di corrispondenza che mi prende una buona ora di tempo al giorno. Pur offrendo risposte stringatissime, mi sono preso l’impegno, da sempre, di portare nella mia scarna preghiera di prete tutti i volti e le persone che a me si affidano.
Avendo diminuito l’apostolato diretto, questa forma di compassione, di patire insieme, mi fa toccare da vicino il senso del limite, del mio e della vita e mi fa sentire, col passare degli anni, prete fino in fondo, proprio come Cristo che offrì se stesso, non avendo null’altro da offrire.
Stasera mi metto a scrivere con leggero ritardo rispetto alle mie abitudini ma, per deontologia professionale, ho letto stamani presto il vangelo che sto per commentare, in modo che mi accompagnasse nella fitta giornata.
Ma la meditazione è stata brutalmente interrotta, al solito, dalla conoscenza di poche ma tragiche situazioni che mi sono state affidate: una telefonata, un messaggino, una lunga mail. Una devastante crisi di coppia, un lutto improvviso che ha straziato una nascente storia d’amore, una dolorosa notte dello spirito che accompagna una suora.
Più passava il tempo e più ero distratto.
Allora – al solito – è Dio che si è adeguato. Tenero.

Dubitarono
Non ci avevo fatto caso, negli scorsi anni, preferendo concentrarmi sul senso teologico che sfocia nel non senso razionale della enigmatica festa dell’Ascensione, sconosciuta alla quasi totalità dei credenti.
Nella sua stringata e quasi infastidita versione, Matteo mette bene in chiaro la situazione.
Gesù ha assolto la sua missione, il dono di sé sulla croce ha ribaltato la situazione in nostro favore, la morte è stata sconfitta, ai discepoli, rinforzati dal dono dello Spirito, è affidato il proseguio della missione di Gesù: quella di svelare ad ogni uomo il vero volto di Dio, volto di comunione, volto di festa, volto trinitario.
Un momento di passaggio delle consegne, insomma, la nascita ufficiale (improvvida?) della Chiesa, un momento storico. E Matteo inizia, senza paura, annotando lo stato d’animo dei discepoli: dubitarono.
Quei discepoli, i dodici che Gesù aveva scelto e preso con sé per tre anni di vita pubblica. Quelli che lo avevano seguito fin dall’inizio, quelli per cui egli aveva passato un’intera notte di preghiera. Quelli che avevano vissuto la tragedia della croce e lo stordimento della resurrezione, quei discepoli, non altri. Quelli a cui era apparso in diversi modi e per quaranta giorni Gesù nello splendore della sua gloria, quelli, non altri, dubitarono.
Non dice rispetto a cosa, ma dubitarono.
Immenso Matteo. Commovente Dio.

Come noi
Questo mi viene da scrivere, stasera, pensando a chi sta perdendo l’entusiasmo della propria consacrazione, a chi ha visto morire il proprio nascente amore, a chi vede vacillare le proprie scelte famigliari: hanno dubitato gli apostoli, nel momento della massima gloria, della massima rassicurazione, nel pieno della manifestazione della gloria di Dio. E volete non dubitare voi?

Si avvicinò
Gesù si avvicina a loro, a me, a noi e dice: andate.
Voi, proprio voi dubbiosi, voi insicuri, voi che non avete le certezze incrollabili da sbattere in faccia ai poveri, voi fragili discepoli, siete inviati. Noi fragili discepoli siamo inviati, invitati a non ripiegarci sul nostro dolore, a non lasciare che le tenebre prevalgano, che l’amore si spenga e l’oceano del nulla soffochi la speranza.
Siamo inviati, mandati, spinti fuori. A dire Cristo, a viverlo, ad annunciarlo, a diventare sua trasparenza, suoi discepoli, dicendo ad ogni nazione ciò che egli ci ha comandato.
Cioè amare.
Esame semplice da superare, quello che il Signore ci pone oggi: la Chiesa è ancora capace di dire quanto è amata? Quanto possiamo amare? E che amare ci salva, anche quando il nostro amore è frantumato e incompleto?
Dubitavano i dodici, ma hanno amato e sono stati amati a tal punto che dal loro amore, noi oggi, attingiamo la fede nel Nazareno.

Con voi
Nel nostro dubbio non prevale la fragilità di chi tribola, ma la trasparenza di chi è amato.
Gesù conclude il suo mandato rassicurandoci. Egli è con noi.
La Chiesa non ha l’appalto del Regno, non è la detentrice della verità, non ha carta bianca nell’evangelizzazione. È sempre e per sempre e solo serva del risorto, trasparenza della misericordia, oceano di compassione e di tenerezza, perché il Signore è con noi in questo tempo che ci separa dal suo ritorno.
Viviamo in attesa, un’attesa gravida e piena di tensione, faticosa e liberante, ostesa e terribile.
Ora viviamo questo tempo, il tempo della presenza della sposa in attesa del ritorno glorioso dello sposo.
Mi basta.

 

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