Fa molto freddo, anche se è l’ora più calda del giorno. Saremo a quattro o cinque gradi sotto zero.
Il vento sta spazzando le nuvole, svelando un panorama bello da far male. I larici e gli abeti sono carichi di neve e il sole li illumina. Il silenzio del paesaggio innevato è assoluto.
Mi sono ritagliato due ore di pausa pranzo per iniziare bene l’avvento, per non fare il grillo parlante, dicendo a voi ciò che non vivo io. E per farlo ho bisogno di silenzio e di bellezza.
Davanti a me un bimbo di quattro/cinque anni, intabarrato con tuta da neve, cappello e guanti, sta manovrando una piccola pala di plastica. Con decisione e grinta apre un piccolo sentiero nel parco giochi, parlando con la mamma che, distratta, sfoglia il giornale. La scena è splendida: il sentiero lentamente diventa visibile, i trenta centimetri di neve fresca sono talmente soffici che anche un bimbo riesce a spostarli.
Alla fine mi si avvicina: «Vuoi passare nella strada delle coccinelle e dei grilli? I gatti non posso passare. Ma devi pagare il pedaggio del casello». Sorrido.
«Volentieri! Quanto costa?».
La domanda lo spiazza. Riflette un attimo e dice: «Due».
Faccio il finto pagamento e passo nel sentiero preceduto dalla mia valida guida: partiamo dalle altalene coperte dalla neve e arriviamo alla pista di fondo. Bello, ne è valsa la pena.
Ringrazio il mio valente palatore e mi rimetto a leggere le letture della seconda domenica di avvento. Se Isaia fosse stato qui, oggi, avrebbe certamente parlato del bimbo palatore.

Lavori in corso
Ma Isaia non vede la neve, vede il panorama brullo di Babilonia, e lo vede con lo sguardo rassegnato e dolente di chi è condannato, in prigione. La condizione del popolo di Israele è drammatica: prigioniero di Nabucodonosor, i capofamiglia hanno lasciato Gerusalemme in fiamme per finire schiavi lontano da casa. Eppure, in quel nulla disperante, Isaia profetizza, incoraggia, scuote.
Isaia, il profeta dell’Avvento, parla al popolo in esilio in Babilonia, da decenni. Si rivolge ad un popolo scoraggiato, molto simile al popolo di discepoli che incontro attraverso la rete, un popolo che non ha più fiducia, che constata come le promesse di Dio non si sono realizzate, che nulla è cambiato nella Storia, malgrado la presenza del Dio di Israele.
E Isaia profetizza, consola, invita a disegnare una strada che scavalchi i burroni dell’indifferenza, che spiani le alture dell’arroganza, che non ceda alla disperazione, che non si arrenda.
Dio viene. Lui prende l’iniziativa, a noi di accorgercene, di esserci, di lasciarci consolare.
Natale è la consolazione degli uomini, la nascita della speranza che Dio, la certezza che, almeno Lui, non si dimenticadi me. Non si dimentica, ribadisce il rude Pietro, ed esercita pazienza, ci dona del tempo perché abbiamo la possibilità di capire e di cambiare. Capire e cambiare perché Dio ci lascia immensamente liberi nella scelta, sempre.
Il vero volto di Dio è quello di un Dio che interviene con discrezione, che ci chiede di accoglierlo, di cambiare idea su di Lui e su di noi, con calma, diventando, noi discepoli, la consolazione di Dio agli uomini.

Consolatori
Isaia ci sprona: noi cercatori di Dio, noi che abbiamo accolto il vero volto di Dio, siamo chiamati, a nostra volta, a diventare consolatori dei nostri fratelli. Diciamolo ai tanti che vivranno la fatica del Natale, che Dio fa nuove tutte le cose perché si mette dalla parte degli sconfitti e dei perdenti.
Il vero volto di Dio è Gesù Cristo, incontrare Lui è un nuovo inizio, una nuova creazione, una nuova genesi.
Marco, discepolo di Pietro, inizia così il suo vangelo: “Inizio della buona notizia che è Gesù Cristo”. Non scrive: “Inizio di un noiosissimo manuale per diventare bravi ragazzi”.
Pensare che Dio possa essere diverso dall’immagine noiosa che ce ne siamo fatta, dice Marco, è già l’inizio di un cambiamento radicale, di una nuova creazione.
Prepararsi al Natale vero significa, allora, riprendere in mano la buona notizia che è Gesù, farla diventare concretezza nelle nostre scelte, danza per la nostra vita.

Profeti
Come Giovanni il battezzatore possiamo diventare profeti di Dio, aiutarci ed aiutare i fratelli a preparare la strada a Dio. I profeti non sono coloro che indovinano il futuro, ma coloro che interpretano il presente, che ci aiutano a leggere la nostra vita in una luce di fede, a indovinarne la novità, a capirne il senso.
Non è difficile vivere. È impossibile, se non capiamo per quale strana ragione siamo stati messi al mondo. Superata la tentazione dei sempre presenti idoli della nostra vita (immagine di sé, carriera, denaro) che falsamente pretendono di riempire il senso di infinito che ci abita, ci resta un vuoto immenso di senso da colmare, il bisogno assoluto di capire.
Molti, ahimè, vi hanno rinunciato, hanno abdicato a pensare, a vivere, travolti dalla quotidianità.
Dio non si scoraggia e li/ci raggiunge proprio nella quotidianità, diventando uno di noi.
Abbiamo urgenza di profetismo, abbiamo bisogno di persone che ci scuotano come un pugno nello stomaco. Buon Dio, di persone che ci blandiscono non sappiamo che farcene. Ciò di cui abbiamo bisogno è di una Parola che spezzi la crosta che si è formato intorno al nostro cuore.
Accogliamo la profezia del battezzatore e dei tanti che camminano – mascherati da uomini comuni – in mezzo alle nostre fetide città. Non lasciamo che la profezia abbandoni la Chiesa, comunità dei cercatori di Dio, ma che sia sempre presente, anche quando è scomoda e ci giudica, anche quando mette in crisi le nostre (devotissime e cattoliche) certezze.

Il sole sta calando, devo rientrare. Il bimbo e la mamma sono già andati. Davanti a me si apre un piccolo varco di una ventina di metri in mezzo alla neve. Davvero dobbiamo imparare dai bambini.

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