Pietro scopre che il volto di Dio che Gesù racconta è un volto amorevole e misericordioso, ma di un amore serio ed esigente: Dio è disposto ad amare fino a morirne e la sofferenza, in questa logica, non rappresenta uno sbaglio, un errore di percorso, una cosa da evitare a tutti i costi, ma può diventare il modo di esplicitare l’affetto.
La sofferenza è l’altra faccia dell’amore, si può amare fino a donarsi, fino a dimenticarsi di sè.
In gioco vi è la libertà; un amore non corrisposto, un amore deluso è sorgente di dolore.
Dio soffre proprio perché è il grande amante. Seguire il Nazareno, significa essere disposti ad amare sempre, ad ogni costo, fino a provare dolore, superando se stessi, la propria gratificazione.
È un equilibrio difficile da raggiungere, perché molti discepoli interpretano questa proposta sfociando nell’autolesionismo che affonda le sue malsane radici in una scorretta visione di Dio.
Gesù è stato chiaro: Dio non ama la sofferenza ma, talora, la sofferenza si rende necessaria per poter amare.
Gesù propone di donare la propria vita agli altri proprio perché lui per primo ha fatto così.

Amore e Legge
San Paolo ha colto la pienezza dell’amore con una tale lucidità che giunge a fare affermazioni perlomeno inquietanti (se solo non l’avessimo anestetizzate nella nostra coscienza!) per un pio israelita del suo tempo: l’amore completa la Legge di Dio, la integra, la sostituisce.
I suoi correligionari (e molti di noi) pensavano che l’osservanza scrupolosa, quasi ossessiva dei comandamenti di Dio portasse alla perfezione.
Paolo aveva sperimentato sulla sua pelle che questa scrupolosa osservanza lo aveva portato al fanatismo omicida.
È inquietante vedere come, nella storia, numerosi cristiani e uomini di Chiesa abbiano giustificato, appellandosi alla legge di Dio, le più aberranti violenze. Certo: bisogna inserire ogni caso nel proprio contesto storico, ma la sostanza non cambia.
Solo l’amore adulto, consapevole, maturo, cristiano (proveniente da Cristo) ci salva, non la Legge.
La meditazione di questo concetto porterà l’immenso sant’Agostino a dire, lapidariamente: «Ama, e fa ciò che vuoi».
È l’amore il cuore della nostra fede.
Crediamo per poter amare di più, crediamo perché ci siamo scoperti amati di un amore senza giudizio, senza condizioni, che ci rende liberi.
È l’amore che dovrebbe emergere nella nostra predicazione, nella nostra vita comunitaria.
Lo so, sono molto ottimista, ma la sintesi del vangelo è straordinaria: ama col cuore e con la testa, rendi concreto il tuo affetto, mettiti in gioco oltre l’emozione, scegli, schierati, dona e donati.
Ma fallo perché hai sentito amore dal tuo grande Dio, imitalo nel tuo gesto perché egli ti ha riempito il cuore…ama il prossimo come te stesso, prima trova equilibrio nell’amore verso te stesso, accogli le tue fragilità senza vergogna, mettile nelle mani di Dio con abbandono filiale…
L’amore è il cuore della fede, del Vangelo.
La fede non è seguire una regola, ma amare una persona, il Signore Gesù e l’amore per Cristo ci porta ad un cambiamento di vita, ad una vita nuova.

Amore nella Chiesa
Nella Chiesa i rapporti tra i discepoli sono vissuti in questa liberante logica d’amore.
Il vangelo ci illustra il modo di gestire i nascenti conflitti nella comunità primitiva: passato l’entusiasmo dell’adesione al Rabbì, allora come oggi sorgevano i problemi di dialogo e di comprensione col rischio di gesti estremi (magari in nome del vangelo!).
La prassi proposta da Gesù è piena zeppa di buon senso: discrezione, umiltà, delicatezza verso chi sbaglia, lasciandogli il tempo di riflettere, poi l’intervento di qualche fratello, infine della comunità.
Quanto siamo lontano da questa prassi evangelica!
Ci incontriamo ogni domenica (quando va bene), spesso indifferenti gli uni gli altri, a parte il gruppuscolo dei devoti al parroco, pronti a notare quello che non va nella comunità, un po’ scocciati di dover sottostare a questo rito settimanale che è la Messa.
Non solo non ci interessano gli affari degli altri, ma mai e poi mai ci verrebbe in mente di occuparci della perdita delle fede di chi ci sta accanto!
Altri, invece, se parlano degli errori di qualcuno, ne sparlano, spesso con sadica soddisfazione, senza compassione o delicatezza e più si sentono devoti e più sono feroci.
Se noi, discepoli del Misericordioso, non sappiamo avere misericordia, chi mai ne sarà capace?
Se coloro che hanno avuto il cuore riempito dalla nostalgia di Dio non sanno cogliere dietro ogni errore un percorso verso la pienezza, chi ne sarà capace?
Se noi, che ancora portiamo il profumo dell’olio della consolazione sulla nostra pelle, non sappiamo chinarci sul fratello ferito come Cristo buon samaritano si è chinato su di noi, chi saprà farlo?
Il criterio del Vangelo è pieno di amorevole buon senso: ti voglio bene al punto che, dopo aver pregato, ti chiedo di interrogarti sui tuoi atteggiamenti.
La franchezza evangelica è un modo concreto di amare, di essere solidali, anche con durezza, come ha fatto Gesù con la Cananea e con Pietro.
Nelle nostre comunità abbiamo bisogno di scoprire questo modo concreto di intervenire, di prendere a cuore il destino dei fratelli, senza nasconderci dietro un ipotetico rispetto che non ci interpella e lascia il fratello nella propria inquietudine.

Profezie
Il compito del sacerdote Ezechiele, in servizio al Tempio negli anni precedenti alla grande distruzione, è proprio quello di parlare in nome di Dio, senza servilismi, con franchezza, anche a costo della propria vita.
Non un ministero di recriminazioni e giudizi, è il suo, ma la sofferta partecipazione col popolo del discernimento sul proprio percorso. Non è quello che la Chiesa, oggi, è chiamata a fare?
Dire di Dio anche se viene criticata?
Dirlo con franchezza e umiltà, consapevole di avere le labbra tremolanti?
Dirlo difendendo la vita, la pace, i poveri, anche se questo infastidisce i potenti (e i governi) di turno?
Non è ciò che Dio chiede ai suoi discepoli: essere profeti di un modo diverso di amare e di perdonare?
Se davvero il Rabbì ci ha cambiato la vita, ha cambiato anche il modo di vedere gli altri e di occuparmi degli altri. Proviamo?

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