Scusate, non lo farò più! Lo so, lo so, la scorsa domenica era un po’ forte la riflessione, un filo polemica senza – spero – essere moralista. Ma non pensavo davvero di suscitare tanta emozione. Grazie ai tanti che mi hanno scritto; grazie soprattutto ai tanti che mi hanno confermato che per chi vive un momento difficile Natale è un tempo disastroso. E questo m’inquieta: il messaggio del Natale non è proprio la sconcertante notizia di un Dio che scende tra gli uomini, meglio, tra gli ultimi? Non è forse la consapevolezza della consolazione, della dolcezza della speranza per i senza speranza? Ma se l’altronatale, quello delle pubblicità, fa breccia, allora è un disastro, una morte. Perciò abbiamo bisogno di avvento, perciò ci urge capire, fare diga, non lasciarci travolgere.
Domenica scorsa Gesù descriveva una situazione di terrore, di angoscia e ansia molto simile a quella che stiamo vivendo, tra una minaccia di terrorismo e la fatica del quotidiano. E concludeva: `quando vedrete accadere tutte queste cose, alzate la testa, vedrete la vostra liberazione`. Sì, nella fatica della vita Dio realizza il suo sogno, non accanto, ma compromesso col caos che gli uomini creano. La venuta del Messia è una venuta compromessa, Dio si sporca le mani, si incarna, accetta cioè di assumere su di sé tutto il limite per redimerlo, per salvarlo.
La logica di Dio si manifesta nel vangelo di oggi. Avete notato con quanta pomposità, con quanto puntiglio Luca descrive, da storico quale è, la situazione politica del suo tempo. E’ tutto un susseguirsi di titoli altisonanti: `Imperatore`, `governatore`, `tetrarca`… e invece Dio sceglie Giovanni nel deserto per manifestare la sua Parola. Non sa che farsene della potenza, dell’orgoglio delle nazioni. E’ nel deserto che Giovanni si scontra con la Parola. Nel deserto del silenzio e della spogliazione, nel deserto della sofferenza e della solitudine possiamo, paradossalmente, ritrovare la Parola. Perché, come diceva Dostoiewskj, il grande scrittore russo del secolo scorso: `Nella sofferenza la verità si fa più chiara`. Domenica scorsa riflettevamo su come il discepolo di Gesù sia chiamato ad alzare lo sguardo proprio quando tutto sembra crollare. Occorre davvero uno sguardo di fede per accorgerci della presenza di Dio in questo mondo caotico! E una buona vista per passare dal grande al piccolo, dai titoli altisonanti ad un piccolo profeta sperduto nel deserto che parla nel nome di Dio. E’ così: noi cristiani crediamo in un Dio un po’ burlone che ama nascondersi, che invita l’uomo ad andare oltre e a guardarsi dentro.
L’Avvento – questa è la seconda indicazione per questo nostro cammino – è una Parola che scende, una Parola diversa da tutte le altre parole. L’iniziativa è sempre di Dio, è lui che ti viene incontro, è lui che si fa trovare, è lui che si svela.
Ma, sembra dirci Giovanni, per accogliere questa Parola che viene, questo Dio misterioso occorre spianare la strada, dipanare un sentiero dentro il nostro delirio quotidiano. La descrizione è minuziosa, ripresa peraltro dal profeta Baruc che, duecento anni prima di Cristo, vagheggia un ritorno alla gloria dell’ormai disperso popolo di Israele: ma per farlo ci vogliono dei lavori.
E’ Dio che prende l’iniziativa, vero. Basta con una fede fatta di cose da fare o non fare. Verissimo.
Ma occorre che questo Dio possa incontrarci. Quanti non-credenti conosco che si lamentano del fatto di non credere in Dio salvo poi non dare nessuna opportunità a Dio per farsi incontrare!
La Scrittura è realista: Dio c’è, lavora, opera, si svela. E l’uomo? C’è? Dov’è?
Ecco allora un programma concreto di lavori in corso: raddrizzare i sentieri, riempire i burroni, spianare le montagne.
Raddrizzare i sentieri: un pensiero semplice, lineare, senza troppi giri di testa. La fede è esperienza personale che nasce nella fiducia, che diventa abbandono. La fede va interrogata, nutrita, è intelleggibile, ragionevole. Ma ad un certo punto diventa salto, ragionevole salto tra le braccia di questo Dio. Abbiamo bisogno di pensieri veri nella nostra vita, di pensieri positivi e buoni per poter accogliere la luce. Riempire i burroni delle nostre fragilità. Tutti noi portiamo nel cuore dei crateri più o meno grandi, più o meno insidiosi, delle fatiche più o meno superate. Ebbene: occorre stare attenti a non lasciarsi travolgere dalle nostre fragilità o, peggio, mascherarle. Ognuno di noi porta delle tenebre nel cuore: l’importante è che non ci parlino, l’importante è non dar loro retta.
Spianare le montagne. In un mondo basato sull’immagine conta più l’apparenza della sostanza. Bene il fitness, ottimo il body-building per stare in forma. E’ bene curare il proprio modo di vestire. Ma occorre aprire qualche palestra di spirit-building, qualche estetista del cuore e dell’anima! Ai grandi titoli di Erode e Ponzio Pilato e di Cesare Augusto si contrappone la voce e la nudità dell’anticonformista Giovanni. Che ridere! Erode il grande è ricordato solo grazie a quel bambino che vorrà togliere di mezzo! Così va la storia quando è Dio a guidarla…
Essenzialità, verità, desiderio: questi gli strumenti per trovare un sentiero verso Dio. E questo già ci procura gioia, l’attesa già ci scuote dentro, ci apre lo stupore… gioia come quella che san Paolo prova per la sua comunità greca di Filippi, come quella che il salmista descrive per il ritorno dei prigionieri da Babilonia a Gerusalemme. Allora, amici resistenti, carbonari dello spirito, discepoli del Rabbì, su di voi piccoli e fragili e dispersi Dio fa scendere la sua Parola. Alzate lo sguardo, ve ne prego. Animo, mano ai badili spirituali e ai picconi interiori: c’è da fare in settimana…

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