Gesù inizia la sua predicazione quando dovrebbe fuggire, dopo l’arresto e la morte del Battista.
E lo fa dalle terre di Zabulon e Neftali, terre maledette ed abbandonate, nella mentalità dei puri di Gerusalemme.
E lo fa coinvolgendo pescatori chiamati a diventare apostoli.
Quanta luce splende in queste parole! Anche noi, come Simeone domenica scorsa, possiamo stringere fra le braccia l’inaudito di Dio ed ammettere di avere incontrato la luce.
Flebile, che a volte sembra essere travolta dalle tenebre, ma sempre luce.
Luce che ci raggiunge attraverso l’obbedienza al cammino tracciato prima di noi, come fanno senza problemi i giovani Giuseppe e Maria.
Nella lettura continua del vangelo di Matteo, domenica scorsa sostituita appunto dalla festa della presentazione al tempio, la liturgia aveva proposto la difficile pagina delle beatitudini. E da questa domenica e per qualche settimana approfondiremo quella pagina facendola diventare carne e sangue.
Se non viviamo le beatitudini, dice il Maestro, siamo come del sale senza sapore, come una città costruita in fondo ad una valle, una lucerna nascosta sotto lo sgabello.
Cioè niente.
Peggio: inutili.
Una fede che non dà sapore, che non indirizza, che non illumina, è morta e sepolta.

Sale
Il sale era talmente prezioso nell’antichità da rappresentare, per molte categorie fra cui i soldati, la paga per il proprio lavoro, il “salario”.
I rabbini dicevano che la Torah è il sale del mondo.
Non solo, dice, Gesù: anche i discepoli sono chiamati a diventare sale della terra. A diventare la nuova Legge di Dio che cammina per le strade, che si fa concretezza e scelta, fiducia e pazienza, abbandono e passione. Noi discepoli siamo chiamati ad essere come la Torah per il mondo d’oggi.
È prezioso, il sale, perché insaporisce il cibo.
Quanto è difficile mangiare un cibo insipido! E il sapore ha a che fare con la sapienza, dono di Dio. È sapiente chi mette sapore nella propria vita, e il sapore ci è donato dalla Parola vissuta e incarnata giorno per giorno.
Diamo sapore alle cose che facciamo, alle parole che usiamo (niente discorsi insipidi per favore!). mettiamo sale in zucca ponendo sempre la Parola al centro dei nostri discorsi.
Il sale, poi, impedisce ai cibi di corrompersi, è un modo eccellente di conservare le carne, ad esempio. Impedisce la corruzione morale, il predomino del male e della parte oscura nel mondo odierno. Ancora oggi il gesto di gettare del sale dietro le spalle, secondo una antica superstizione popolare, tiene lontani gli spiriti avversi.
Il sale del vangelo impedisce alla nostra vita di corrompersi, di cedere, di perdere di sapore.
Non solo: nella Bibbia il sale viene usato per sigillare un patto (2Cr 13,5), usato insieme al pane o da solo, manifestava l’inviolabilità di un’alleanza.
Noi cristiani siamo sale del mondo, chiamati a testimoniare a tutti gli uomini il perdurante amore di Dio nei nostri confronti.
Curioso il fatto che Gesù chieda ai suoi, sale della terra, di non diventare “insipidi”. I chimici ci rassicurano: il sale non può perdere il suo sapore. A meno di non mischiarlo con altre sostanze che lo sviliscono.
Se cediamo a compromessi, se lasciamo che la parola del vangelo venga mischiata col buon senso, le abitudini, le consuetudini nostre e attribuite a Dio, perdiamo la capacità di salare.

Monte
Anche in Palestina le città e i villaggi erano costruiti sulla cima delle colline: per proteggersi dai nemici, per dominare la situazione, per sfuggire alle alluvioni.
Siamo città costruite sul monte, punto di riferimento per il viaggiatore che cerca Dio, per chi cerca speranza. Certo, qualcuno dirà che nel passato la nostra fede, la nostra Chiesa era la più bella e ricca città sul monte, preziosa e luminosa, attirava tutte le persone.
Oggi questa lucentezza risente dell’opacità dei secoli e, tutto intorno, altre città imponenti e magnifiche, all’apparenza, dominano il paesaggio. Come accade a certe nostre chiese storiche in mezzo alle grandi città: prima il campanile dominava tutto il circondario, ora alti palazzi e grattacieli lo sovrastano.
Poco importa: siamo chiamati a mantenere viva la città di Dio, a non disabitarla.
È tempo per cristiani forti, questo, non scherziamo.

Lucerna
Il capo famiglia, alla fine della giornata, prendeva una lucerna d’argilla riempita d’olio di oliva e, una volta accesa, la poneva in alto, su un lucerniere appeso al soffitto affinché la piccola fiammella illuminasse tutta la stanza.
Noi cristiani, invece, spesso mettiamo la luce della fede sotto lo sgabello.
Ci vergogniamo di essere discepoli o, se lo siamo, lo si vede solo durante la preghiera domenicale. Quanta poca luce cristiana vedo fra i cittadini, fra i commercianti, fra i politici… Un cristianesimo fatto di abitudine, che non incide sulla vita, che non cambia la storia!
Che pena!
La vigorosa pagina del vangelo di oggi ci scuota, ci convinca, ci inorgoglisca.
Siamo già insaporiti, siamo già costruiti sul monte, siamo già accesi e illuminati.

Animo, amici, insaporite il mondo.

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