Abbiamo ricevuto lo Spirito Santo (spero!) che ci ha scosso, spinto fuori, scaldato, illuminato… Ed è proprio alla luce dello Spirito che possiamo oggi riflettere sul mistero di Dio. Parto da una tracicomica considerazione che faccio spesso (lo so, lo so: mi ripeto!): in quale Dio credo? O non credo? Sì perché, dopo diversi anni di sacerdozio, mi sono accorto di un paradosso: molti cristiani in realtà non credono al Dio che Gesù è venuto a raccontarci, ma ad un dio che ha caratteristiche vagamente cristiane – degenerate in maschere – che lo riconducono ad un vago senso religioso pieno di contraddizioni! E’ triste vedere come, a duemila anni di cristianesimo, ci troviamo incollato addosso un volto di Dio superstizioso, approssimativo, piuttosto antipatico…
Se crediamo (e lo credo) che Gesù è più di un uomo, più di un profeta, più del Messia, che cioè è la presenza stessa di Dio, possiamo fidarci di ciò che egli dice sul volto di Dio. Mi spiego: Gesù non parla per astrazione, per ragionamento, per deduzione, ma per esperienza. Lui sa com’è Dio perché lui e il Padre sono una cosa sola.
E Gesù ci svela qualcosa di inaudito, inimmaginabile, inatteso: Dio è Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo. Cioè: Dio non è il solitario perfetto, l’incommensurabile, l’onnipotente certo, ma solitario (sommo egoista bastante a se stesso?). No: Dio è festa, famiglia, comunione, danza, relazione, dono. Dio è tre persone che si amano talmente, che se la intendono così bene che noi – da fuori – vediamo uno. Un po’ come quando vediamo una coppia di sposi o di fratelli che si vogliono talmente bene da sembrare una cosa sola. Che bello! Vedere realizzato in Dio ciò che noi sempre desideriamo! Tre persone che non si confondono, che non si annullano in una indefinita energia cosmica. Macché. Riusciamo addirittura a delineare l’opera, il lavoro di ognuno, il “carattere specifico” di ogni persona: riconosciamo l’impronta del Padre nella Creazione, nello stupore della natura; riconosciamo l’agire del Figlio nella sua volontà di salvezza dell’uomo; riconosciamo l’afflato dello Spirito che accompagna, porta a compimento e santifica l’umanitá pellegrina.
Ma andiamo oltre. La Genesi ci dice che Dio per crearci si guardò allo specchio. Siamo fatti ad immagine e somiglianza di Dio. Quindi – mi seguite – siamo fatti ad immagine e somiglianza della comunione. Adesso capisco un sacco di cose! Capisco perché la solitudine mi pesa tanto e mi fa paura, è contro la mia natura! Capisco perché quando amo, quando sono in compagnia, quando riesco ad accogliere e ad essere accolto sto così bene: realizzo la mia vocazione comunionale! Allora siamo seri: se diamo retta ai profeti di sventura del nostro tempo che ci spingono a dar retta solo al nostro ombelico, che mettono sempre e solo il “sé” al centro, rischio di prendere delle terribili cantonate. Se su una cosa dobbiamo investire, è proprio nella fatica dello stare insieme, nella relazione, perché tutto il resto sarebbe tempo perso.La festa della Trinità, allora, è la festa del mio destino, è lo specchio della mia attitudine profonda, è il segreto della mia felicità.
A questa comunione si ispirano le coppie che credono nel vangelo, tese a raggiungere la pienezza nell’accoglienza reciproca (accoglienza della diversità, bellezza della diversitá) che dona vita.
E a questa comunione siamo invitati come singoli e come comunitá cristiana. E’ alla Trinitá che dobbiamo guardare nel progetto di costruzione delle nostre comunità: la Chiesa (quella sognata da Dio, intendo, non lo sgorbio presente nelle nostre menti fatto di rigidezze e sovrastrutture) è lo spazio pubblicitario della Trinitá nel mondo d’oggi. Guardando alla Chiesa l’uomo si accorge di essere capace di comunione. Uniti nella diversità, nel rispetto l’uno dell’altro, nell’amore semplice, concreto, benevolo, facciamo diventare il nostro essere Chiesa splendore di questo inatteso Dio comunione…

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