Ecco, Gesù è partito, asceso al cielo.
Peccato non avere con sé una videocamera che documentasse come è finita la giornata.
Me li vedo, i dodici. Li vedo tornare in città, silenziosi.
Mettere su cena, fare una preghiera di benedizione, cibarsi facendo qualche battuta, cercando di tirare su l’atmosfera. Ma tutto pesa, tutto è fatica.
C’è un vuoto immenso, gigantesco, insostenibile. Lui c’è per sempre, lo ha detto.
Ma loro, ora, sono soli.
Uffa.
Enigmatico maestro, sconfortante Dio che ci obblighi a crescere proprio quando sentiamo di non esserne capaci! L’annotazione birichina di domenica scorsa, quel “dubitarono”, getta una luce appassionata che svela l’ironia di Dio.
Proprio loro, ora orfani, devono rimboccarsi le mani, senza attendere che qualcun altro faccia al posto loro, senza sedersi sugli scranni del Regno. Proprio noi, pavidi discepoli, arroccata Chiesa sempre sulle difensive, sempre in ritardo, sempre spaesata, siamo chiamati ad essere testimoni.
L’opera è titanica, immensa, eroica, sproporzionata, troppa.
Non ce la possono fare da soli. Non ce la possiamo fare.
E Dio lo sa.

Sbrang!
Ciò che accade è divertente e intrigante, sfrontato e geniale. Visto che gli apostoli non ce la fanno, visto che manca loro energia e coraggio, idee e passione, Dio rifà la Creazione da capo.
L’esperienza della croce ha messo in luce il loro evidente limite, la loro inadeguatezza. Si sentono insicuri, si sentono incapaci. Sono fango.
E allora Dio prende il fango per creare una cosa nuova e il soffio, la ruah biblica, ora irrompe per dare vita, per ricreare, per forgiare santi.
Sono spaventati? Arriva la forza.
Sono insicuri e balbuzienti? La Parola li abita.
Sono divisi e diversi? La Pentecoste è l’antibabele e le nazioni si capiscono.
Sono oscurati dal proprio dolore? Lo Spirito è fuoco che scalda e illumina, come la colonna di fuoco che accompagna il popolo di fuga dalla schiavitù.
Sono rosi dal senso di colpa? Lo Spirito dona il perdono e la capacità di perdonare.
Ora sono pronti, ora sono discepoli.
Non per i loro meriti, non per le loro qualità, non perché sono “bravi cristiani”, ma perché, infine, si lasciano abitare e devastare dalla forza di Dio.

Quando
Quando sentite di non essere abbastanza presi dalla Parola, invocate lo Spirito.
Quando in parrocchia proprio non ci si capisce e ci si scanna (cattolicamente e santamente) per delle immense sciocchezze, invocate lo Spirito.
Quando gli eventi della vita vi fanno letteralmente perdere il senno e tutto è tenebra fitta, invocate lo Spirito.
Quando siete arcistufi delle solite scuse e vedete che la Chiesa langue e latita e l’incendio del Vangelo si è ridotto alla brace della consuetudine, invocate lo Spirito.
Che entri lo Spirito, cha faccia violenza, che scardini tutte le nostre scuse e le nostre porte chiuse a doppia mandata. Che mandi in frantumi le nostre (finte) difese per risvegliare in noi l’ardore e il desiderio di amare!

Il primo dono
Siete soli? Avete l’impressione che la vostra vita sia una barca che fa acqua da tutte le parti? Vi sentite incompresi o feriti? Invocate lo Spirito che è Consolatore, e fa compagnia a chi è solo. Ascoltate la Parola e faticate a credere, a fare il salto definitivo? Invocate lo Spirito che è Vivificatore, rende la vostra fede schietta e vivace come quella dei grandi santi.
Fate fatica a iniettare Gesù  nelle vene della vostra quotidianità, preferendo tenerlo in uno scaffale bello stirato da tirare fuori alla domenica? Invocate lo Spirito che ci ricorda ciò che Gesù ha fatto per noi.
Avete l’impressione che la vita vi condanni? Sentite di essere messi all’angolo dal giudizio degli altri? Invocate il Paracleto, l’avvocato difensore (In Israele quando un accusato non riusciva a dimostrare la propria innocenza in tribunale, un anziano poteva decidere di alzarsi e mettere la mano sulla sua spalle, dimostrando così di credergli: era il paracleto).
Così gli apostoli, come ancora si diceva domenica scorsa, che hanno dovuto essere abitati dallo Spirito, che li ha rivoltati come un calzino per essere finalmente, definitivamente annunciatori e, allora, solo allora, hanno iniziato a capire, a ricordare col cuore.

Sia, oggi, l’inizio di una eterna e reiterata Pentecoste. Lasciamoci abitare.

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