“Cosa devo fare per essere felice?”

Pensateci bene: è la domanda inconscia che stamattina vi ha fatto alzare dal letto, è il motore nascosto che vi spinge ogni giorno a compiere dei gesti, a migliorare delle relazioni, a cercare, a sperare nel futuro. La felicità, dunque, è ciò che tutti cerchiamo, bene o male. Ma: come raggiungerla? Faccio zapping alla tivù, sfoglio qualche pagina di un settimanale, indugio su qualche pubblicità patinata: tutti sanno benissimo – così pare – in cosa consista la felicità. L’elenco sarebbe sterminato, e ognuno può fare il suo: sei felice se hai un bel fisico, se ti tieni in forma (e sei sano!), se hai un bel lavoro di responsabilità con molti, molti soldi, se sai parlare, hai fascino, sei un po’ spregiudicato, politicamente corretto, se hai una bella moglia/amante-bella macchina-bella casa, se… se… se… Pensate che ci fanno pure credere che se vinciamo 50 miliardi al superenalotto viviamo felici! (Vero: pagherei un po’ di debiti, mi compro la casa, smetto di lavorare. Ma io resto io…) Problema: non sono un gran bellezza, il lavoro è solo discreto e ho sempre a che fare con quel problema di stomaco, eccomi quindi declassato alla categoria degli infelici. Allora, insomma, siamo destinati alla frustrazione? Il raggiungimento della felicità è destinato a pochi pochissmi eletti? (e se così fosse perché mai quelli che rispondono a questi criteri confessano di avere grossi prolemi? Naomi Campbell insegna…). Tant’è: anche Dio ha qualcosa da dire a proposito. Una pagina forte, indigesta, che dà acidità di stomaco, al solito, il Vangelo di oggi. Però, dobbiamo ammetterlo, visto che è Dio che ci ha costruiti, fabbricati, magari sa meglio di tutti come funzioniamo, cosa ci rende felici. Gesù ne parla in Matteo e in Luca. Anzi Matteo lo pone come discorso programmatico del suo Vangelo, come Carta Costituzionale del Regno di Dio. Anche Luca, che leggiamo oggi, lo affida alla sua comunità come cuore dell’annuncio: ecco le Beatitudini, le parole che stupivano il grande uomo di pace Gandhi che le considerava tra le pagine più alte del pensiero umano. “Beati” dice Gesù. Che sappia il segreto della felicità? Che finalmente Dio si sbottoni e spieghi l’essenziale a gli uomini evitando fatiche boia? E subito una delusione: “beati voi poveri… voi che piangete…”. Ma come? Cosa significa? Semplice, geniale: la beatitudine, la felicità non consiste certo nella povertà, nella sofferenza (non facciamo dire stupidaggini a Gesù: Dio non ama la sofferenza!) ma in Dio, perché chi soffre, chi ha fame si rivolge a lui. E’ come se Gesù dicesse: “Se, malgrado la povertà, la sofferenza, la persecuzione, sei felice, allora la tua felicità è posta altrove: beato”. Sì, amici, Gesù svela che l’origine della felicità è nel sentirsi amato da Dio, nel leggere la propria storia nella grande storia d’amore di Dio. La beatitudine è altrove, è dentro, è in Dio. Beato se capisci questo: allora neppure la sofferenza, la povertà, la fame possono distaccarti da questo grande oceano di felicità che è il cuore di Dio. Geremia conferma questa riflessione, come il ritornello del salmo che abbiamo proclamato: “Beato chi pone la speranza del Signore”. Gesù, mentre parla, si rivolge ai suoi uditori: “beati voi poveri”: li conosce, li vede, parla loro : Dio li ama, perché lui si è fatto povero. E Luca aggiunge a sorpresa quattro “guai”: ce lo vediamo Gesù che alza lo sguardo verso Gerusalemme e vede i ricchi, i sazi, i prepotenti e annuncia loro i “guai”. No, Gesù non maledice, Dio è incapace di augurare il male lui che è bene. Gesù vede la conseguenza di una ricchezza, di un’arroganza che chiudono il cuore. Un cuore sazio si dimentica, un cuore affannato non si accorge della verità, un cuore in ansia per la ricchezza è schiavo, non libero, del proprio potere. Quant’è drammaticamente vero! Quante persone “realizzate” conosco e che pure sono umanamente miseri, spiritualmente aridi. Realizzati, sì, temuti, invidiati eppure soli con la propria supponenza, estranei al mistero della vita… Anche noi, come Geremia, siamo posti di fronte a due scelte: la mentalità di questo mondo che ci dice che per essere felici occorre essere e possedere, riuscire e apparire, o quella di Gesù che dice che basta lasciarsi incontrare da Dio (ricordate domenica scorsa?). Che non abbia ragione Dio, una volta tanto?

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