Gesù esce dalla sinagoga e inizia a guarire la suocera di Pietro, poi evangelizza, scaccia i demoni e conclude la sua giornata pregando.
Noi, spesso, usciamo dalla sinagoga e chiudiamo il cassetto del proprio ego religioso: se ne riparlerà tra una settimana, Dio ha avuto la sua razione di devozione.
Gesù trova nella preghiera la forza per cambiare, per lasciarsi consumare dagli altri, per rendere presente con la sua vita, il Regno di Dio, per raccontare non la `buona novella`, ma diventando lui stesso la buona notizia di un Dio che si è avvicinato.
In questo percorso, in maniera brutale, inquietante, scomoda, Gesù fa esperienza del male nella sua forma più misteriosa: la malattia e il dolore che la accompagna.
Il dolore dell’innocente, non quello provocato dalla malvagità degli uomini (le guerre sono opera nostra: Dio non c’entra!), ma quello che tragicamente colpisce la vita di certe persone, è l’obiezione più radicale all’esistenza di Dio, e all’esistenza di un Dio buono, come Gesù pretende di annunciare.

Cristi crocifissi
Nella vita di ognuno di noi il dolore è presente.
Un prete ne è travolto quotidianamente.
La morte improvvisa di una sposa, la malattia di un bambino, il lutto che decima una famiglia, sono esperienze che, quando bussano alla porta, sminuzzano la fede con una lametta, facendola sanguinare e, spesso, spegnendola.
Le parole diventano vuote, il volto di Dio offuscato, le gestualità prive di significato e di forza consolatrice. Quando ero giovane pensavo, ingenuamente, che al discepolo la sofferenza fosse risparmiata o, almeno, attenuata.
Ma se Dio stesso è stato provato dal dolore, perché mai la mia vita dovrebbe esserne esente?
I ragionamenti che maldestramente tentiamo di opporre al non-senso del dolore rischiano di essere esercizi vuoti di retorica e di pietismo, dimenticando l’immensa lezione della Scrittura che rifiuta di dare una risposta univoca alla sofferenza del giusto.
Molti percorsi sono stati individuati nello snocciolare dell’esperienza religiosa di Israele: dalla sofferenza come una `punizione` di Dio per i peccati commessi, alla sofferenza come strumento di prova per raffinare la propria fede.
Altri percorsi, nel corso della storia, li ha aggiunti il cristianesimo, a volte con intuizioni profonde e ispirate, più spesso con riflessioni superficiali prive di misericordia.
Certo, soffriamo, come gli alberi che perdono le foglie, come gli stambecchi che sentono la morte avvicinarsi, come il ciclo delle stagioni; siamo animali, perché dovremmo essere esenti dall’universale legge del cambiamento che regola l’Universo?
Eppure l’uomo è l’unico essere vivente che si pone domande sulla sua vita (e sulla sua morte).
Certe risposte, poi, ci lasciano ancora più perplessi.

Bucce di banana
Modi di dire, ovvio, che diamo per scontati, ma che negano il volto del Dio di Gesù.
`Dio ci mette alla prova, facendoci soffrire`
Cioè: visto che sofferenza è inevitabile, taglio il braccio a mio figlio, così cresce affrontando da subito il dolore…
`Dio prende con sé sempre i migliori` ho sentito dire da un tale, commentando la morte di una giovane vita
Cioè: mi comporto malissimo, faccio lo sciagurato, così almeno Dio mi lascia vivere fino a ottant’anni!
No, amici, pietà.
Non sono l’avvocato difensore di Dio, non so dare risposte, diffido di chi me le vuole rifilare, di chi usa la verità assoluta come si inzuppa il biscotto nel caffelatte…
Non abbiamo bisogno di risposte, se Dio venisse e facesse una conferenza stampa in cui spiegasse la ragione della sofferenza, non avrei, comunque, nessuna soddisfazione.
Io non voglio risposte: voglio non soffrire.

Rabbia
La Parola di oggi ci illumina: Gesù chiede al lebbroso guarito il silenzio.
Non vuol passare come un guaritore, come un santone, certo, ma vuole anche indicarci il silenzio come unica strada per riflettere sul dolore. Dio tace, di fronte al dolore, e lo porta con sé, lo salva, lo riempie di condivisione. Gesù non dona nessuna risposta al dolore, lo condivide con passione.
Le nostre Bibbie non hanno avuto il coraggio della traduzione letterale, e noi troviamo un blando sentimento di `compassione` che Gesù rivolge al lebbroso.
No: Gesù, letteralmente prova rabbia, stizza irrefrenabile verso il male, perché vede in esso la vittoria del nemico.
La vita è dolore, concludono in molti.
La vita è dolore, concludeva il Buddha, indicando nel distacco dalle passioni l’unica soluzione per non soffrire. Gesù propone nella solidarietà condivisa l’alternativa. Un dolore condiviso e redento ci rende autentici, dona forza e speranza, mantenendo intatto l’aspetto misterioso (misterico) del dolore del mondo.

Testimoni
Dolore condiviso, come ha fatto uno dei tanti cristi: padre Damiano de Veuster che nel 1873 sbarcava a Molokai, vicino alle Hawaii, un’isola in cui venivano rinchiusi i lebbrosi (seicento!), isola in cui la violenza e la depravazione erano seconde solo all’inumanità della malattia.
Padre Damiano morirà a Molokai, facendo rinascere la dignità di queste persona, dando loro fede, feste, un cimitero, il canto (!), affetto, Cristo. Costretto a confessarsi urlando i propri peccati a un confratello che li ascoltava da una barca, guardato con fastidio dai suoi superiori che lo consideravano un eccentrico, padre Damiano morirà di lebbra dopo aver trascorso sedici anni a restituire dignità ai lebbrosi di Molokai.
Sulle pagine della stampa internazionale, dopo la sua morte, finirà un osceno articolo di un polemista inglese, che insinuava l’idea che la lebbra padre Damiano l’avesse contratta con rapporti sessuali, facendo diventare un truce personaggio il santo dei lebbrosi. Letto l’articolo, dal suo letto di malattia (aveva la tubercolosi), lo scrittore Stevenson (L’isola del tesoro, Dottor Jekill e mister Hyde) inviò una lettera aperta a tutti i quotidiani inglesi dicendo che chi oltraggiava la memoria di padre Damiano `era rimasto immerso ingloriosamente nel suo benessere, seduto nella sua bella camera (…) mentre padre Damiano, coronato di glorie e di orrori, lavorava e marciva in quel porcile, sotto le scogliere di Kalawao`.

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