Ci siamo. Inizia la grande settimana. Fine della Quaresima, fine dei nostri sforzi, fine dei bilanci, ora non importa più nulla: è come se ci si preparasse ad una festa, ad una prima teatrale: concitati fino alla fine, ci si scalda, si soffre, oppure si resta tiepidi spettatori. Ma arriva un momento preciso, l’ora, in cui inizia la rappresentazione: quello che è successo è successo, e ciò che sta per succedere che ormai importa. E’ in questo grande dramma, in questa storia assolutamente vera e sconvolgente, che si gioca la nostra fede. Ne siamo come immersi, spettatori e protagonisti, forse nascosti tra la folla al Golgota o inneggianti euforici all’ingresso in città. Ci siamo, comunque. Questa settimana, così grande, così importante da essere chiamata `santa`, è il gioiello dell’anno liturgico, una perla troppo spesso dimenticata da noi cristiani, a vantaggio di feste forse più sentimentali ma intrise di riletture consumistiche (vedi il Natale). Qui no. Un morto in croce non si vende, non suscita sentimenti di bontà. Anzi: se ne parla poco e male di questo Dio che sale su di una croce e muore. Rimane difficile da capire il mistero di una tomba vuota e del significato profondo della parola `resurrezione`. Tant’è: la Chiesa si ferma stupita. E’ curioso: normalmente l’anno liturgico sintetizza la Storia della salvezza in poco tempo: così in dodici mesi ripercorriamo la vita di Gesù. Invece, durante la settimana santa ci si ferma: giorno per giorno, ora per ora, regoliamo i nostri orologi e il nostro tempo a quel momento cruciale per la storia dell’umanità. Fermi, zitti, Dio si prepara a morire, Cristo celebra la sua presenza nell’ultima Pasqua, la nuova, viene arrestato, condannato, ucciso, sepolto, vive. In questa preziosa settimana, qualunque cosa faremo, in ufficio, a scuola, a casa, potremo fermarci, socchiudere gli occhi e pensare a Cristo, ai suoi sentimenti, alla sua angoscia, alla sua bruciante passione, al suo desiderio. Straordinario. Prendetevi del tempo: giovedì sera, venerdì e sabato notte, celebreremo il Triduo Pasuqale: partecipate, lasciatevi trascinare da queste celebrazioni dense di fede. E questa settimana inizia oggi, domenica delle Palme, gravida di ricordi da bambino, di rami di ulivo addobbati con caramelle e mele (i più fortunati con le uova di cioccolato) da sventolare in alto per manifestare la gioia dell’incontro con Dio. Ironia dell’incoerenza umana: le stesse voci, le stesse braccia, non più con le palme aperte verso il cielo, ma a pugni serrati, trasformeranno la loro gioia per il Messia, figlio di David, in un’invocazione terrificante: `Crocifiggilo!`. Uomo sciocco, come sciocchi e tardi nel credere siamo noi, ancora inconsapevoli del tesoro che abbiamo nelle mani, così disposti anche noi a trasformare la nostra preghiera di benedizione in invocazione di morte! Eppure da quella croce pende il destino dell’uomo, con quel sangue è firmato il patto dell’Amicizia eterna di Dio, in quel pane è conservato il Cuore di Colui che desidera ardentemente di mangiare la Pasqua con noi.
Vi ritrovate in questo racconto? Ci siete? Dove? Forse negli apostoli paurosi e sconcertati, o nel cinico potere di Pilato, o nella trama intrigante contro il fratello, o nella sofferenza cruenta del Cireneo che porta la Croce, o forse nel peccato desideroso di salvezza del ladro o, Dio non voglia, nell’indifferenza di quei pii ebrei che, entrando in città, affrettando il passo per l’imminente temporale, gettarono uno sguardo di disprezzo verso gli ennesimi condannati a morte, feccia della società, che venivano esemplarmente puniti. Lì, Dio moriva. Su quella croce si consuma la follia di un uomo che inchioda Dio perché in Lui vede un concorrente, non un compagno. Ma l’augurio, caloroso, che mi faccio e che vi faccio, è di ritrovarci – un poco almeno – in quel Centurione straordinario, di cui la storia ha taciuto il nome, che davanti al modo di morire di quell’uomo, al dono di sé fino alla fine, rimane stupito, turbato, scosso fino nell’intimo e riconosce in lui il Figlio di Dio. Ecco la fede, la grande fede, che può sgorgare nel cuore di ciascuno di noi: davanti all’uomo crocifisso, davanti alla sconfitta più assurda, davanti alla delusione di un sogno massacrato, riconoscere la potenza del Dio immortale. Allora potremo cantare, con la liturgia del venerdì santo: `Dio santo, Dio forte, Dio immortale, abbi pietà di noi!`.

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