Giuda e Pietro sono travolti dalle tenebre: Giuda dal male, Pietro dal “bene”.
Gesù li salverà entrambi: egli è il Pastore che cerca proprio la pecora perduta, che non è venuto per i sani ma per i malati, che manifesta la sua gloria proprio perché, tradito, continua ad amare.
Siamo ormai nel cuore del tempo Pasquale: all’orizzonte già vediamo la Pentecoste.
Oggi il Signore, durante il lungo discorso che fa dopo l’ultima Cena nel Vangelo di Giovanni, ci chiede di dimorare in lui, di custodire e vivere le sue parole, di sperimentare la pace del cuore che proviene dallo Spirito.

Concretezza
Domenica scorsa Giovanni sostituiva il sacramento della Cena col sacramento dell’amore nella comunità. Siamo riconosciuti dall’amore che abbiamo gli uni per gli altri, amore che non è il frutto delle nostre simpatie ma dell’accoglienza dell’amore di Cristo. Possiamo amarci gli uni gli altri con l’amore che Cristo ci ha donato.
Ma, cos’è l’amore?
Concetto vago, ambiguo, legato quasi sempre e solo all’emotività, l’esperienza ci dice che l’amore incarna molte dimensioni: dalla volontà al sacrificio, dall’attrazione fisica alle scelte fondamentali.
Gesù è molto concreto: l’amore verso di lui significa vivere le sue parole, i suoi insegnamenti, la sua dottrina.
Quanta scollatura vedo tra la fede che diciamo e la fede che viviamo! Quanta abissale lontananza tra la nostra appartenenza al cattolicesimo e la nostra vita poco evangelica. Osserviamo la sua Parola, meditiamola, mettiamola al centro, nel cuore, diventi essenziale nella nostra vita, sia la bussola della nostra navigazione.
Senza interpretare la Parola riducendola ad un vago moralismo, non piegandola ad una asfittica visione socio-culturale ma accogliendola con la forza sferzante, con l’energia potente che emana l’incontro con Cristo. Lasciamo che il Vangelo contagi le nostre scelte, le nostre città, le nostre economie, il nostro invivibile mondo del lavoro.

Pacificati
“Vi do la mia pace, non come la dà il mondo”: il confine del male e del bene è nel nostro cuore, il nemico è dentro di noi, non fuori, e la prima autentica pacificazione deve avvenire nel nostro intimo con noi stessi e la nostra violenza e la nostra rabbia, la parte oscura che i discepoli chiamano “peccato”.
Parliamo di pace, allora. I cristiani, spesso, quando parlano di pace… pensano al cimitero! Una scorretta e parziale visione di fede, là dove il cristianesimo è fiacca e svogliata appartenenza ad una serie di credenze e di gesti rituali, parla di pace il primo novembre, pensando ai nostri defunti che riposano “in pace” (e che devono fare, ballare la samba?).
La pace, secondo la Parola di Gesù, è il primo dono che egli fa, risorto, apparendo agli impauriti discepoli. Un cuore pacificato è un cuore saldo, irremovibile, che ha colto il suo posto nel mondo, che non si spaventa nelle avversità, non si dispera nel dolore, non si scoraggia nella fatica.
La scoperta di Dio, nella propria vita, l’incontro gioioso con lui, la percezione della sua bellezza, la conversione al Signore Gesù riconosciuto come Dio, suscita nel cuore delle persone una gioia profonda, sconosciuta, diversa da ogni altra gioia. E’ la gioia del sapersi conosciuti, amati, preziosi. E la scoperta dell’amore di Dio mi apre a scenari nuovi, inattesi: il mondo ha un destino di bene, un amorevole disegno che, malgrado la fatica della storia e dell’umanità, confluisce verso Dio. E in questo progetto io, se voglio, ho un ruolo determinante.
Sono una tessera di un mosaico immenso, grandioso, luminoso, sono parte di un tutto che realizzo amando e lasciandomi amare. Scoprire il proprio destino, la propria chiamata intima, la propria vocazione, mi mette le ali, mi cambia l’umore. Malgrado i miei limiti, le mie fragilità, le mie paure, posso amare e, amando, cambia il mondo intorno a me.

Dono di Cristo
Ecco, questa è la pace: sapersi nel cuore di una volontà benefica e salvifica, scoprirsi dentro il mistero nascosto del mondo. Credere in questo, adesione alla fede quasi sempre tormentata e sofferta, non immediata e leggera, dona la pace del cuore.
Io sono amato, tu, amico lettore, sei amato.
Insieme a Dio, se vuoi, possiamo cambiare il mondo.
Questa pace è pace profonda, pace salda, pace irremovibile, ben diversa dalla pace del mondo, pace che viene venduta come assenza di guerra o, peggio guerra che viene ritenuta necessaria per imporre la pace.
Pace del sapersi amati che permette di affrontare con serenità anche le paure.
Paura del futuro, della malattia, del lavoro precario, del non sapersi amati, paura. La pace del cuore, dono e conquista, fiamma da alimentare continuamente alla fiamma del risorto, aiuta ad affrontare la paura con fiducia, a non avere il cuore turbato. Alla fine di questi splendidi giorni di Pasqua, invochiamo il Consolatore, donato dal Padre, per affrontare la nostra quotidianità con la certezza della presenza del Signore, giorno dopo giorno, passo dopo passo.

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