Il Regno di Dio, ci spiega Matteo, è una bella festa di nozze riuscita. Vi è già successo? A me sì, poco spesso, purtroppo, ma ho partecipato a delle splendide feste nuziali, dove era l’amore a far la festa, non la lunghezza del menu. Pensate allora alla più bella festa cui avete partecipato: la presenza di Dio è qualcosa di simile. Non per niente san Giovanni inizia il suo vangelo con una memorabile festa nel villaggio di Cana! L’incontro con Dio è festa, gioia, danza, sorriso, bellezza indescrivibile. Ma allora – scusate – perché molti pensano alla fede come il più triste dei funerali? Perché fatico così tanto a testimoniare ai giovani in cerca di senso che l’incontro con il vangelo è un’esperienza straordinaria? Ripenso alla mia esperienza e posso dire con assoluta serenità che la ragione della mia fede è la gioia. Io credo perché non ho incontrato nulla di più bello nella mia vita che non il Signore Gesù.
Oggi, allora, la Parola ci richiama alla gioia, alla festa. E – ahimé – provo una fitta al cuore… avete presente la gioia media che trasuda dalle nostre comunità? Che tristezza! Celebrazioni affrettate, volti irrigiditi, distanze tenute…troppo spesso la gioia non è la prima sensazione che proviamo nell’avvicinarci alla Chiesa. Riscopriamo la gioia, ve ne prego, lasciamo che sia la bellezza del credere, il senso della festa a preoccupare il nostro annuncio. Fino a quando daremo testimonianza di una religiosità tristemente doverosa non avvicineremo nessuno alla fede!
Di nuovo, dopo domenica scorsa, emerge oggi il tema del rifiuto: paradossalmente davanti alla gioia dell’essere invitati a nozze accampiamo mille scuse. "Ho da fare" risponde la maggioranza degli invitati, ed è esattamente la frase che mi sento dire da molte persone troppo indaffarate per trovare il tempo di vivere… Attenti amici, a non anteporre nulla all’amore di Cristo!
Infine la parabola ci ricorda che la chiamata del Signore è per tutti, che non sta a noi stendere la lista delle nozze, anzi, proprio chi all’apparenza è distante viene invitato alla festa. Questo dev’essere lo stile delle nostre comunità: dell’accoglienza verso chi arriva, dello stile di Dio, senza dividere i fedeli col "devotimetro". Perché non prevedere – ad esempio – un gruppo di persone che con semplicità accoglie i fedeli all’ingresso delle nostre anonime Messe di città? Perché non dire due parole, prima della celebrazione dell’eucarestia, mettendo sulla bocca parole dette dal cuore prima di quelle suggerite dal Messale? Certo di strada dobbiamo farne molta, in questa direzione, ma dovrebbe essere la preoccupazione maggiore delle nostre riunioni pastorali quella di testimoniare di piu`e meglio la logica delle festa.
Per concludere permettetemi un "fioretto" che alcuni già conoscono, risalente alla visita papale a Reims, in Francia, di qualche anno fa. Mi è caro amico il prete che si è occupato della Messa, e mi raccontava come si dovessero scegliere 50 persone che ricevessero la comunione dalle mani del Papa. L’arcivescovo aveva scelto il criterio delle comunità e così sono state scelte le persone rappresentative della Diocesi. Questo criterio, però, aveva escluso, tra gli altri, una ricchissima nobildonna francese, presidente di una multinazionale dello Champagne che, urtata, aveva chiesto di essere tra i “prescelti” stimolando la scelta con un sostanzioso assegno per le opere diocesane. Ma, grazie al cielo, si mantenne fede ai criteri scelti. Il giorno prima della definizione dei nomi una persona si ritira. Con chi sostituirla? Il mio amico prete va in arcivescovado, parla al prelato che risponde: “Faremo come dice il vangelo: esci di qui e la prima persona che incontrerai la inviterai a ricevere la comunione dal papa”. Così fece questo mio amico prete e il buon Dio, al solito, ha un gran senso dell’umorismo: il 50mo invitato, quel giorno, è stato André, il barbone che mendica quotidianamente all’uscita della Cattedrale, il primo incontrato all’uscita dell’Episcopio, che ha ricevuto – stupito – la comunione dalle mani di Giovanni Paolo …

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