Rischio, lo so. Non sono un teologo nè un professorone e l’unico titolo accademico che ho é la laurea in scienze confuse. Ma non posso saltare un passo così importante. L’obiezione me la fanno sin dalla seconda elementare i bimbi che si preparano a ricevere l’Eucarestia: "come fa Gesù ad essere lì nell’ostia?". Obiezione riformulata dai nostri parametri di adulti con obiezioni del tipo: "Gesù é presente come ricordo, come memoria, ma come si fa a credere che è davvero li?" e così quel genuflettersi al momento della consacrazione rimane un pio gesto di devozione a un pezzo di pane, non ad una Presenza. Crediamo davvero che il quel pezzo di pane, dopo l’invocazione biascicata di un povero prete diventa realmente, concretamente la presenza di Gesù? E che quel pezzo ingurgitato frettolosamente diventa questa trasfusione di amore da Gesù a me? Faticoso, lo ammetto, molto faticoso crederlo. La teologia, che é la scienza che riflette su Dio, usa paroloni incomprensibili: transustanziazione, transignificazione, transfinalizzazione, che tentano di chiarire un Mistero rischiando ancor più di complicarlo. Però, scusate, a leggere il Vangelo, proprio non si riesce a cambiare la Parola durissima e quasi incomprensibile di Gesù: "chi mi mangia vive". Ci immaginiamo lo sguardo attonito dell’immensa folla di fans di Gesù che, ben sazi dal miracolo dei pani e dei pesci, si vedono ora destinati ad una inaccettabile ed improbabile forma di cannibalismo!Eppure è tutto fin troppo chiaro: Gesù parte dal pane distribuito, per parlare di un altro pane che lui darà e che é sua carne da mangiare per dimorare in lui. Come non pensare all’ultima cena? Come non sentire rieccheggiare in queste parole quel "fate questo in memoria di me?". Bhé, scusate, ma io proprio ci credo. Fatico, sbuffo, ma ci credo. Credo perchè Lui lo ha detto, credo perchè Lui lo ha chiesto. Quando mangio quel pane credo di mangiare il corpo di Gesù, credo che la sua presenza misteriosamente si fonde nel mio cuore, nel mio carattere, nel mio pensiero. E’ una lenta metamorfosi che avviene nel nostro cuore, quel trasformare il cuore da pietra in carne come profetizzava Ezechiele. Tutta la nostra vita tende allora a diventare una assimilazione a Cristo, pensare come pensava Lui, amare come amava Lui, gioire come Lui gioiva. E più gli anni passano e più questa trasformazione, impercettibilmente, avviene. Resto stupito, mentre lo scrivo. Tra persone che si amano, il desiderio più grande é quello di condividere fino in fondo la vita dell’altro, anzi sostituirsi a lui quando la sofferenza o il dolore invadono la sua vita. Così Gesù. Desidera condividere con noi la nostra vita, le nostre scelte, le nostre sofferenze, le nostre decisioni. Ogni volta che ci accostiamo all’Eucarestia, allora, é aggiungere un tassello al grande mosaico del Progetto che Dio ha su di me, una spinta decisiva alla Cristificazione che, ricordiamocelo, è anzitutto Sua iniziativa. L’unico problema, forse, è crederci. L’unico problema è stare attenti a non far sì che l’abitudine riduca il Mistero a sbadiglio. Il desiderio che Gesù ha di condividere con noi la sua vita ci porta a riscoprire questa pagina di Vangelo e, spero, la nostra partecipazione all’Eucarestia. Che il Signore trovi tra noi gente che non si scandalizza per la durezza delle sue parole ma sappia piuttosto, nella semplicità, aprirsi con fiducia da bambino al fatto che Dio può tutto, é tutto e compie l’impossibile. Solo così potremo far diventare ogni nostra comunione un dimorare in Cristo Signore.

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