E’ san Paolo che oggi ci introduce in una delle possibili interpretazioni della Parola che condividiamo durante la preghiera domenicale. Siamo nel deserto, dicevamo nelle scorse domeniche, come Gesù e come il popolo di Israele dopo essere stato liberato dall’Egitto; eppure, dice l’apostolo scrivendo ai Corinti, malgrado l’esperienza dell’alleanza e del ritrovamento di sé stessi, per molti israeliti il deserto fu presagio di disfatta e di sconfitta; dopo un primo momento di gioia e di libertà, molti israeliti cominciarono a mormorare (a lamentarsi) contro Dio e finirono col rimpiangere la sicurezza della schiavitù (!) alla fatica del cammino. Quest’esperienza, conclude Paolo, serve da ammonimento e da esempio per tutti noi che stiamo attraversando il deserto della vita. Vero, verissimo: nel deserto della vita mettiamo in gioco la nostra libertà di vivere o di lasciarci vivere, di essere protagonisti, cercando il senso e la misura di quello che facciamo, oppure di lasciarci un po’ andare seguendo la corrente. Anche noi – come gli israeliti – talvolta preferiamo la sicurezza della schiavitù piuttosto che diventare dei cercatori di Dio. Siamo sinceri: non è più semplice lasciar pensare gli altri al posto nostro? Non è più immediato e gradevole seguire mode e costumi che ci rendono accettabili e piacevoli? Il nostro Dio è silenzioso e nascosto (timido?), la nostra vita è un mistero che può essere abbracciato o ignorato, la nostra fede può essere fragile ed inutile o riempire la vita. Quaresima è questo: cogliere l’occasione, giocarsi bene la libertà, vivere bene del tempo che ci è dato, pensare con la nostra testa, puntare in alto, guardare oltre. La pagina del Vangelo ci presenta Gesù che commenta due episodi di cronaca successi in quel periodo a Gerusalemme: una repressione brutale nel Tempio da parte di soldati romani e il crollo della torre di Siloe. Gesù – a sorpresa – afferma che gli uomini uccisi durante questi due fatti non erano più o meno peccatori degli altri. Una frase buttata lì con semplicità e che pure scardina molte nostre false sicurezze. Quante volte mi sento dire: “cosa ho fatto di male per meritarmi questo?” Malgrado l’apparenza ci spinga a formulare tali pensieri, la Bibbia afferma il contrario: disgrazia e fortuna non sono legati al nostro comportamento, né ad una punizione di Dio, ma diventano l’occasione, come asserisce Gesù, di accorgerci che la vita è un soffio e che occorre davvero cogliere ogni momento per guardare al Tabor. La vita – ci ricorda il Maestro – è un’unica occasione che ci è data per scoprire la Verità in noi. La vita, fortunata o tragica che sia, non è che lo strumento con cui impariamo a scoprire la pienezza nascosta nelle cose. A Mosé che tentenna nell’andare a parlare di Dio al popolo, Jawhé racconta di sé, dice il suo nome, e si svela come un Dio che conosce le sofferenze del popolo. Se anche la nostra vita attraversa momenti di fatica, Dio non è lontano ed interviene, chiedendo a qualcuno di agire in nome suo. Dio non guarda indifferente alle tragedie del mondo, ma chiede a noi, come a Mosé, di renderlo presente accanto a chi soffre. Al popolo che aspetta liberazione Dio manda un pastore pauroso, Mosé, come liberatore. Tiriamo le fila di queste pagine complesse e dense. La vita è un’opportunità da cogliere per scoprire chi è Dio e chi siamo noi e il deserto è il luogo in cui esercitiamo la nostra libertà. Non esiste una vita più o meno semplice, ma ogni vita è un soffio breve che siamo chiamati a vivere con intensità e gioia. Gesù ci svela il volto di un Dio che pazienta, che insiste perché il fico produca frutti. La conversione, il cambiare atteggiamento, il ri-orientare la nostra vita è il frutto che ci è chiesto. Fermarci davanti agli eventi tristi della vita senza incolpare Dio, né scuotere la testa e tirare innanzi, ma guardarli come un monito che la vita stessa ci rivolge per giocare bene la nostra partita. Dio – da parte sua – è un Dio che conosce, che interviene, ma che rispetta, trattandoci da adulti, le nostre scelte, anche se catastrofiche e schiavizzanti. Sapremo svegliarci?

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