Siamo entrati nel deserto, come ogni anno, per giungere al Tabor, per giungere, ancora una volta, a contemplare l’immensa bellezza di Dio; solo la bellezza salverà il mondo e, per noi discepoli, la bellezza è Cristo.
Il terzo passo del percorso di vivificazione che ci propone oggi la Parola è piuttosto complesso, e ci invita ad una conversione profonda, radicale, ad abbandonare una visione superficiale della fede per crescere nel discepolato.
Nel Vangelo di Giovanni la cacciata dei venditori dal Tempio è posta all’inizio del ministero pubblico del Nazareno, dato più teologico che storico: è più verosimile che questo episodio sia avvenuto al culmine del ministero di Gesù, quand’era ormai un profeta riconosciuto e contestato.
Perché Giovanni lo pone qui, prima della predicazione del Rabbì?

Purificare il Tempio
Per Giovanni la purificazione del Tempio è prima di ogni altro gesto, di ogni conversione: si tratta di cacciare i venditori di fumo dal mondo della fede, per svelare le intenzioni profonde che spingono un uomo a cercare Dio; Gesù, annota Giovanni, conosce ogni uomo dentro, non ha bisogno di mediazione o consigli, sa cosa alberga in ogni cuore.
E Gesù sa bene che, allora come oggi, esiste un modo di avvicinarsi a Dio che ha a che fare più col mercanteggiare che con la fede.
Era del tutto naturale e utile il fatto che nel cortile del Tempio ci fossero dei venditori e dei cambiavalute.
Era impensabile che una coppia scendesse dal Nord tirandosi dietro una pecora per l’olocausto! Così come era necessario avere delle persone che convertissero le monete dell’Impero con l’unico conio autorizzato dal Sinedrio, una moneta speciale, senza effige dell’Imperatore, che circolava nel Tempio. Un servizio utile, quindi, forse di dubbio gusto ma indispensabile.
Perché Gesù se la prende tanto con i mercanti del Tempio?
Posso rimanere infastidito dai tanti ninnoli inutili venduti fuori dalle porte di un Santuario, ma non mi scandalizza se qualche devoto vuole portarsi a casa un ricordo del suo pellegrinaggio!
Ciò che Gesù contesta radicalmente è la visione soggiacente a questo mercanteggiare: voler comprare dei favori da Dio.
Offrire un olocausto, gesto che in origine significava riconoscere la predominanza di Dio su ogni vita, poteva diventare una specie di contratto, di corruzione di pubblico ufficiale: cerco di convincere Dio ad ascoltarmi, gli offro qualcosa che lo possa piegare alla mia volontà…
Anche oggi succede così: partecipiamo a Messe noiosissime, facciamo qualche offerta, pratichiamo faticosamente qualche fioretto con la segreta speranza che Dio possa (finalmente) ascoltarmi.
E’ sempre così distratto, Dio, che si sia dimenticato di me?
Non è a un despota da corrompere, né a un potente lunatico che ci rivolgiamo nella preghiera, ma al Dio di Gesù, che sa di cosa hanno bisogno i propri figli!
La prima purificazione da fare, è quella di convertire il nostro cuore al Dio di Gesù.

Purificare la Legge
La prima lettura ci offre una delle redazioni delle dieci parole che Jahwè dona al suo popolo, dopo averlo liberato dall’Egitto. Parole piene di assoluto buon senso, date da un Dio che svela all’uomo il segreto della vita, che gli propone una vita in pienezza, lui che, solo, ci ha creato e sa come funzioniamo, sceglie un popolo che percorra insieme a Lui il percorso verso la felicità.
Le dieci parole, brevi e concise per essere mandate a memoria da ogni israelita, sono indicazioni preziose per scoprire il segreto della felicità. Indicando la parte oscura della vita, le dieci parole ci invitano ad essere prudenti, ad evitare i pericoli e gli inganni della realtà, ci svelano che il peccato è male perché ci fa del male.
Noi, spesso, accogliamo queste parole come un’antipatica ingerenza dell’Altissimo, forse invidioso della nostra libertà, che ci tarpa le ali con una minuziosa serie di obblighi senza senso.
Una visione così distorta del rapporto con Dio rischia di mascherare e rendere grottesco il volto del Dio di Gesù.
Purifichiamo il nostro cuore da quest’orrenda visione della Legge, che nella Scrittura è legge di libertà, legge dell’amore, legge di verità e di crescita.

Purificare la fede
Ho meditato tutta la settimana sulla frase conclusiva del vangelo di domenica scorsa: “Ed essi tennero per sé la cosa, domandandosi però che cosa volesse dire risuscitare dai morti”.
I discepoli non hanno capito la profondità del messaggio di Gesù, non hanno capito che la Trasfigurazione, la luce, la bellezza di Dio non sono una emozione superficiale e passeggera, ma la fine di un percorso che, a volte, attraversa i deserti dell’anima.
Così lo splendido Tempio di Gerusalemme, costruito in 46 anni, sarà distrutto in una sola notte, dai soldati romani, nella prima guerra giudaica iniziata nel 70 dopo Cristo; può accadere nella vita, di avere costruito un Tempio pieno di fede, di bellezza, di certezza, di discepolato.
E di vederlo crollare in pochi istanti.
E’ la notte della fede, è la prova che purifica la nostra fede, prova che anche Gesù subirà per poi risorgere trionfante e glorioso.
Come diceva il salmo domenica scorsa: “Ho creduto anche quando dicevo: sono troppo infelice”; la fede si purifica e si prova proprio nei momenti di fatica e di scoraggiamento, restando fedeli alla promessa. Ai fratelli e alle sorelle che attraversano la notte della fede, oggi il Signore dona un segno: se stesso e la propria tenacia.

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