Chiudiamo oggi la lunghissima parentesi iniziata con la quaresima e sfociata nella Pasqua, con le ultime feste della Trinità e del Corpus Domini. Riprendiamo, perciò, la lettura del vangelo di Marco, che ci interroga: chi è veramente Gesù di Nazareth?
Dietro Marco, lo sappiamo, c’è l’esperienza di Pietro, la sua passione, il suo limite, i suoi sbagli, il suo entusiasmo.
Pietro che è dovuto crescere, da discepolo, convinto com’era di avere capito, di sapere, di essere saldo. Ma anche lui, come tutti noi, ha attraversato il momento della prova, ha dovuto superare la tempesta.

L’altra riva
Gesù chiede ai suoi discepoli di passare all’altra riva, di attraversare il lago.
Tutti noi, ad un certo punto, avvertiamo l’esigenza di passare all’altra riva.
Non pensate subito alla morte, per favore. Nella vita dobbiamo, più volte, confrontarci con il bisogno di senso e pienezza che ci travolge, proprio quando pensiamo di avere capito, di essere arrivati.
Gesù stesso ci provoca, ci chiede di passare all’altra riva, di non sederci, di non abituarci, di accettare il cambiamento. La fede non è una solenne anestesia, ma un continuo stimolo al cambiamento, alla conversione. Contrariamente a ciò che pensa la maggioranza, nulla è più fluido e dinamico del discepolato, perché seguiamo colui che non ha dove posare il capo.
Quando pensiamo di essere arrivati, nella vita e nella fede, il Signore ci spinge a prendere il largo.
Qual è la riva che ancora dobbiamo raggiungere?

Così com’è
Quell’annotazione birichina di Marco mi ha sempre fatto sorridere: lo presero con sé, così com’era, sulla barca.
Se vogliamo davvero passare all’altra riva, fare un percorso serio, anche doloroso se necessario, ma vero, un percorso di crescita umana e di vita interiore, dobbiamo prendere Gesù così com’è. Non quello tarocco dei politicamente corretti che ogni due settimane scoprono il vero volto di Gesù tenuto nascosto dalla perfida Chiesa (che dite, è la trama del Codice da Vinci? Ops!), né quello zuccheroso ed evanescente della devozione, ma quello crudo e faticoso professato dai cristiani.
Pazienza se è un po’ scomodo, questo Dio, pazienza se non sempre mi dice delle cose gradevoli. Preferisco un Dio urticante e onesto ad uno carezzevole e falso.
Abbiate il coraggio di prendere il Signore così com’è, non come vi piacerebbe che fosse!

Tempeste
È proprio quando abbiamo deciso di rischiare, di lanciarci, di prendere Gesù così com’è sulla nostra barca che si scatena la tempesta. Mannaggia: proprio in quel momento!
Ci sono momenti nella vita in cui abbiamo l’impressione di affondare, travolti dal dolore o dai nostri sbagli. Pensavamo di averle viste tutte e invece no, ecco un dolore più forte, una prova insostenibile, malgrado tutti i nostri sforzi, magari sinceri.
E ci viene voglia di morire, di non esserci, di non essere mai esistiti.
Succede così anche agli apostoli: al discepolo il dolore non viene evitato.
Anzi: anche la fede viene travolta dalle acque.
Dio c’è sì, ci credo, ma ora non so proprio dove sia, non so proprio cosa faccia.
Egli è presente, ma, ora, la sua presenza è flebile, a volte addirittura ho l’impressione che non gli importi nulla del mio dolore. Alcuni giungono a pensare che sia Dio a inviare il dolore, come una prova che ci purifica.
(Ci purifica da cosa, scusate? Le persone escono dalle prove della vita quasi sempre peggiorate!)
Perché succede? Non lo so, né lo sanno Pietro e Marco, che scrivono il racconto.
Dicono solo che, nella fatica, Dio dorme.
Dorme, ma sta sulla barca per condividere fino in fondo il nostro destino.
Dorme, e non interviene perché vuole lasciare alla nostra dignità, alle nostre capacità, il compito di arrangiarsi nelle difficoltà della vita. Perché chiediamo aiuto a Dio in situazioni in cui potremmo forse intervenire noi? Perché non ci fidiamo di questo Dio che conosce le nostre sofferenze e sa placare la tempesta?
Dio ci rende capaci di attraversare il mare in tempesta.
Egli è con noi, anche quando non interviene.

E la fede?
“Non avete ancora fede?”.
No Signore, non quanta ci servirebbe per attraversare il mare in tempesta.
Spesso la nostra minuscola fede è legata ad un patto assicurativo: se va tutto bene Dio esiste, ma se le cose si storcono, ecco che Dio mi appare come un sadico onnipotente che non si cura di me.
Se la mia vita funziona Dio è buono, se la mia vita è tribolata Dio è malvagio.
Gesù è venuto a portarci un’altra notizia, un volto diverso di Dio: il volto di un Dio che condivide, di un Dio che sa, di un Dio che soffre, che conosce la tempesta, ma non ne ha paura.
Fidiamoci, amici, anche se la barca fa acqua. Guardiamo solo di aver preso sulla barca Gesù così com’è, senza volerlo cambiare come piacerebbe a noi.

Marinai inesperti
Molte volte l’immagine della barca è stata usata per descrivere la comunità cristiana che deve attraversare i marosi della storia. E quanta acqua ha imbarcato la Chiesa!
Difficoltà interne causate dalla povertà interiore e dalla nostra mancanza di fede; difficoltà esterne da chi non digerisce la Chiesa e la vuole affondare o, meglio, vuole affondare l’immagine deforme di Chiesa che ha nella sua testa…
Eppure, malgrado noi cristiani, il sogno di Dio che è la Chiesa dimora, esiste, raduna uomini e donne di culture diverse nell’unica speranza, nell’unico Signore.
Lo Spirito assiste chi si affida a lui, e guida la sua Chiesa.
A noi la scelta: possiamo restare a riva e commentare sarcastici vedendo i pescatori faticare, o salire sulla barca e attraversare il mare.
Io ho scelto: sono salito sulla barca che è la Chiesa.
Anche se a volte paia che dorma, Gesù naviga con noi.

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