Gesù non risolve il problema del dolore, né la Parola di Dio dona una risposta univoca e definitiva per spiegare l’esistenza della sofferenza. Dio, invece di fornire un’asettica e motivata ragione al dolore dell’uomo, lo condivide e lo salva, lo redime.
Il lebbroso è guarito, certo, ma soprattutto riceve amore da parte di colui che è venuto per farsi carico della nostra (immensa) fragilità.
La Parola ci svela il volto di un Dio che non sta a guardare dall’alto la fatica degli uomini, ma la vive sulla propria pelle e la riempie di speranza.
C’è il dolore fisico della malattia invalidante, che diventa una sanguisuga che assorbe ogni pensiero ed ogni energia.
C’è il dolore psichico, sempre più diffuso, che conduce le persone alle soglie della disperazione.
C’è il dolore, ignorato, del peccato che ci paralizza, che ci impedisce di amare.
È il dolore su cui oggi riflette la Parola.

Poca compassione
Proviamo tutti compassione e pena per le persone ammalate, sentiamo tutti un profondo dolore quando qualcuno che amiamo si ammala. Al tempo di Gesù non era così: la gente pensava che la malattia fosse una punizione divina ad un peccato. e quanto più era grave la malattia, tanto più la persona colpita aveva peccato.
Gli ammalati cronici (ciechi, lebbrosi, paralitici) erano quindi guardati con sufficienza e giudizio.
Il paralitico che viene portato davanti a Gesù è considerato un gran peccatore, o lui o quegli sciagurati dei suoi genitori che hanno provocato l’ira divina!
È un ragionamento folle, ma che non fa una grinza (certo Dio ne esce fuori un po’ male…)
Gesù, diversamente dagli altri, non crede che la malattia e la disgrazia siano una punizione divina, vede in lui la fatica provata nel sopportare una situazione drammatica.
E vede la parte oscura che abita il cuore del paralitico.
Marco – tutela della privacy – non dice nulla dello stato d’animo dell’uomo portato forzatamente davanti a Gesù. Non è però difficile immaginare un vissuto di dolore e disperazione, di bestemmia e di rabbia davanti ad una sorte così avversa, aggravata dal disprezzo della gente.
Gesù vede la paralisi del corpo e, ancora più radicata e devastante, vede la paralisi del cuore di quest’uomo. E le guarisce entrambi.

Scordarsi il peccato, che peccato!
Oggi non si pecca più, meno male.
Per peccare bisogna almeno fare il kamikaze o stuprare i bambini, per il resto sono solo cattive abitudini o innocenti trasgressioni.
Forse è una reazione ad una visione incentrata sul peccato di una certa predicazione del passato (tutta da dimostrare, io non c’ero): da “tutto è peccato” a “quasi nulla è peccato” il passo è stato breve ma, ahimè, ci ha fatto perdere l’equilibrio.
In un giorno di nebbia tutto è grigio uguale: solo la Parola di Dio può disegnare le ombre della nostra vita.
Purtroppo abbiamo ancora un approccio moralistico al peccato, come se peccare fosse trasgredire alla legge di un Dio geloso della nostra libertà che ci mette i paletti nella vita solo per farci tribolare (e tanto). Un approccio adolescenziale: in fondo ci sono persone che vivono peggio di me, cosa vuole Dio dalla mia vita?
Nulla, Dio non vuole nulla dalla mia vita.
La Scrittura ci svela un Dio che desidera per me la felicità, e sa come ottenerla.
È lui che mi ha creato, lui sa come funziono, forse varrebbe la pena di ascoltarlo con maggiore attenzione e serietà…
Le parole che Dio ci dona sono l’indicazione verso un percorso di pienezza, di libertà, di gioia profonda e duratura. Il peccato è male perché ci fa del male, Dio mi ha pensato come un capolavoro, e io mi accontento di essere una fotocopia sbiadita…
Il peccato dovrebbe essere la nostra prima preoccupazione, perché c’è in gioco la nostra realizzazione profonda, la nostra verità interiore che Dio conosce e che mi aiuta a scoprire…
Non possiamo inventarci i peccati, o farci fare l’esame di coscienza dal mondo contemporaneo (non è vero che non c’è più senso del peccato, c’è, fortissimo, il senso del peccato. Quello degli altri!): è la frequentazione di Cristo che ci porta alla conoscenza del nostro limite, per affidarglielo e trasfigurarlo. È difficile conoscere ciò che è male, il male si presenta sempre come un ipotetico bene per sedurci e ingannarci.

Il perdono
Il papa che aveva commissionato a Michelangelo Bonarroti il proprio monumento funebre, pieno di ammirazione davanti al Mosé, chiedendo lumi al genio sulla sua opera, si sentì rispondere: “è stato semplice: ho preso un blocco di marmo e ho tolto via tutto ciò che non è Mosé”.
Il peccato è tutto ciò che non è Mosé, tutto ciò che ci rende diversi dal capolavoro che Dio vuole che diventiamo. Perciò è per noi indispensabile poterci liberare dal peccato, volare liberi e in alto e poter correre come il paralitico guarito…
Il peccato, più che offesa a Dio, è offesa a ciò che siamo chiamati a diventare.
Riconoscere la propria colpa significa prendersi in mano, diventare grandi, prendere coscienza, capire che il proprio limite non è una gabbia che ci imprigiona ma lo spazio in cui siamo chiamati a realizzarci.
Il nostro Dio, dice Gesù, è un Padre che perdona, che restituisce dignità, che rende liberi di amare. In equilibrio tra malsane macerazioni e disistime e pericolose supponenze, il discepolo sa quel che vale e, perciò, il proprio peccato non lo spaventa.
Tutti portiamo nel cuore delle tenebre, delle cose che ci spaventano, delle pulsioni che ci turbano, oscure. Le tenebre esistono, inutile nasconderle. Ma inutile anche lasciarsi influenzare: non lasciamo che le tenebre parlino al nostro cuore, così che la nostra vita, come quella del Maestro, diventi un unico, grande, ripetuto “sì”.
Potremo allora prendere in mano il lettino della nostra paralisi, le abitudini oscure su cui ci eravamo adagiati, per tornarcene tranquillamente nella casa del Padre che ci ama come siamo, sempre.

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