Insisto spesso sulla gratuità di Dio. Gratuità assoluta, sconcertante, che ne svela la bontà. Eppure il Vangelo, a leggerlo bene, è tutto un intreccio di incomprensioni rispetto a questa bontà. Così il prologo di Giovanni che ci ricorda che le tenebre non hanno accolto la luce (Gv 1,11) o la splendida parabola del figliol prodigo (Lc 15) in cui i due fratelli, chi in un modo chi nell’altro, non hanno ancora capito il volto del padre, uno scambiandolo per un ostacolo alla sua sfrenata libertà, l’altro nella ristrettezza di un dovere sopportato a malincuore. Così oggi, nell’inquietante parabola dei servi dell’ultima ora, il Signore ci allerta contro il rischio di una manipolazione del suo Vangelo. Che visione ho di Dio? Davvero ho scoperto la sua bontà? Questa bontà mi ha contagiato, sì da riversarsi sui fratelli? Leggete la parabola: una scena abituale in Palestina. L’anormalità, semmai, sta nel padrone che si ostina – fino alle cinque del pomeriggio! – a dare lavoro ai disoccupati. Alla fine della giornata il fattaccio. Il padrone, lo avete letto, aveva pattuito con i primi un denaro di paga. Parte dagli ultimi e da loro un denaro. Quindi, pensano i primi, a noi darà di più. Macché, ricevono anch’essi un denaro. E qui c’è la chiave di lettura della parabola. Ci aspetteremmo che dicano al padrone: “Dacci di più!”. come hanno pensato. E invece chiedono che agli ultimi sia dato di meno. Terribile! Sapevate che un denaro è considerato il guadagno minimo giornaliero per una famiglia palestinese ai tempi di Gesù? E’ come se i primi chiedessero la morte degli ultimi, facendo dar loro una paga inferiore alla sopravvivenza. Il padrone si urta, e fa bene. Lui è buono, non sciocco. E’ buono e quindi giusto e svela la malvagità nascosta dei primi operai. A noi, ora. Che paga ci aspettiamo alla fine della giornata lavorativa? Che visione abbiamo del premio che il Signore ci riserva? Il rischio è, passatemi l’esempio, di un accordo sindacale. Lo sento dire spesso d’altronde: compio più o meno i miei ‘doveri’ religiosi, non faccio del male, quindi alla fine ci sarà il denaro di ricompensa. In un certo senso mi “merito” il paradiso. Ma non è ambiguo questo termine? Davvero possiamo “meritare” la presenza di Dio? O non è più giusto dire che il Signore gratuitamente riempie il nostro cuore e che a noi, semmai, sta di preparare il cuore a riceverlo? Gli operai della prima ora, come i figli del Padre prodigo, non hanno colto con chi hanno a che fare. Hanno ridotto la loro fede a fatica e sudore. Di più: guardano con sospetto gli altri, quasi concorrenti dei loro privilegi. Non è così per chi ha colto la luce del Vangelo. Stupiti, abbagliati dalla bontà del padrone, gioiamo per la grazia di poter lavorare nella vigna, gioiamo per la possibilità che altri fratelli anche all’ultimo possano accogliere la grazia che ci ha trasformati. La bontà di Dio contagi la nostra vita, in modo da rendere la nostra giornata lavorativa, sin d’ora, immagine di quella gioia che il Signore riverserà nei nostri cuori forgiati dalla fatica dell’amore. Il nostro Dio, mite e umile di cuore, che vivrà questa pagina dall’albero della croce accogliendo il buon ladrone, ci faccia uscire dalle ristrettezze di una fede “sindacale” per percepire, almeno un poco, quale braciere d’amore e di bontà è il suo cuore …

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