Il secondo Isaia si ritrova a Babilonia, insieme a numerosi deportati dopo il sacco di Gerusalemme ad opera del feroce re Nabucodonosor: se per qualche secolo il regno del Sud è riuscito a barcamenarsi tra Assiri ed Egizi, l’ingresso sulla scena internazionale dei babilonesi ha spezzato le fragili speranze di un piccolo popolo mediorientale. Isaia, senza demordere, pensa ad un nuovo stato di cose, ad una nuova potenza, non militare né politica.
Isaia già vede la nascita di un re “altro”, non diplomatico, né arrogante, né astuto.
Vede un re semplicemente autentico, che misura il risultato della sua azione politica con l’amore.
Isaia già vede all’orizzonte il Messia.

Il compassionevole
Noi ora leggiamo questa ed altre storie di Israele riconoscendovi il dito di Dio. Ma la nascita di un Messianismo fatto di gesti di pace e di dono di sé non era né evidente né scontato. La lunga e complessa lettera agli ebrei, che già abbiamo ascoltato la scorsa settimana, rilegge la storia di Gesù il Nazareno: è lui il Messia atteso, il Messia compassionevole che, per amore, ha voluto sperimentare in tutto la nostra umanità.
Dio non si è riservato un posto a parte, non ha voluto delle riserve, ci ha talmente presi sul serio che, quando ha deciso di divenire uomo, ha voluto sperimentare della nostra umanità ogni aspetto, eccetto il peccato. (Ovvio: il peccato è l’antiumanità).
Tenendo sott’occhio l’esperienza di Isaia e la riflessione agli ebrei, riusciamo a cogliere l’asprezza della pagina del Vangelo di oggi.
Incomprensione bis
Già qualche domenica fa abbiamo trovato un Gesù che, dopo l’annuncio della sua Passione, invece di ricevere ascolto e comprensione da parte dei suoi, si trova di fronte al silenzio imbarazzato dei discepoli che, dimostrando un’immensa insensibilità, sono piuttosto intenti a descrivere i propri meriti. Oggi Marco, e quindi Pietro, torna sul tema.
(Amo Pietro, teneramente. Si sente la lacerante ferita che gli è rimasta nel cuore. Non ha paura, ancora e ancora, ora che sa, di dire che non aveva capito nulla).
I protagonisti oggi, sono Giovanni e Giacomo. Giovanni il perfetto, il mistico, l’aquila, il profondo, chiede a Gesù una raccomandazione, chiede di sedere alla destra di Gesù nel momento in cui si fosse instaurato il Regno dei cieli, concepito come un regno politico ed immediato.
Non basta avere avuto grandi doni mistici e segni della presenza di Dio nella preghiera per evitare di commettere errori madornali: anche i fratelli e le sorelle che, in mezzo a noi, hanno scelto la strada della contemplazione devono sempre vegliare sul rischio della gloria mondana voluta e cercata…
Gesù è sconcertato, nuovamente. Sa che il suo Regno è servizio, sa che questa sua posizione gli costerà del sangue e questi parlano di privilegi e di cariche, di bonus e di benefit.
Gli altri apostoli, scocciati, se la prendono con i due fratelli di Cafarnao. Forse perché gli hanno soffiato l’idea!
Gesù insegna, ancora: il loro ruolo non è quello di comandare, ma di amare e servire, come lui, l’unico Maestro, ha saputo fare.

Conversione di Chiesa
Possiamo interrogarci evangelicamente, con franchezza, sul nostro modo di concepire la Chiesa.
Penso, in particolare, ha quanti hanno compiti e responsabilità all’interno della comunità: vescovi, sacerdoti, ma anche catechisti e animatori.
Ho visto persone straordinarie, consapevoli dei propri limiti, consumare la propria vita nell’annuncio del Vangelo. Ho visto sacerdoti in età di pensione e pieni di acciacchi portare ancora l’immenso dono del Pane di Vita in piccole comunità sperdute e giovani passare il loro sabato libero a giocare con i ragazzi in un polveroso e improbabile campo di calcio in periferia. Ma ho anche visto (e sento dentro di me), la tentazione dell’applauso e della gloria, del riconoscimento sociale del mio sforzo, del risultato che, in qualche modo, deve essere visibile e quantificabile. Ho visto (e sento dentro di me) rispolverare vecchi titoli e privilegi, giovani preti convinti che basti la loro semplice presenza e simpatia per cambiare le cose. Ho visto (e sento dentro di me) catechisti offendersi per un richiamo, lettori incupirsi per una minore attenzione, educatori stancarsi al primo soffio di vento.
E penso che dobbiamo ancora fare tanta strada, stare attenti a non cadere nell’inganno della mondanità, guardare sempre e solo al Maestro che ha amato, senza attendersi dei risultati e ottenendoli proprio dando il meglio di sé, in assoluta umiltà e mitezza.

Fatiche
Gesù dice di essere come agnelli in mezzo ai lupi. A volte pensiamo che, finchè gli altri non sono degli agnelli, è meglio fare i lupi anche noi. Gesù dice di essere venuto per servire e non per essere servito. A volte la nostra Chiesa lamenta una scarsa attenzione e vorrebbe contare di più.
(lo so, è un equilibrio fragile e faticoso, io faccio il prete di montagna, sono un pessimo politico, ma oggi il Vangelo dice proprio così!)

Poteri deboli
Potere: chi non ne ha? Potere che è la capacità di dare la felicità a chi ci sta intorno; o la sofferenza. Potere di far soffrire gli altri: un muso tirato lungo con la moglie, un capriccio esagerato con i genitori, uno sgarbo col collega in ufficio. O il potere, terribile di uccidere con la lingua. Lingua che spezza, travolge, tritura nei giudizi. Potere, devastante, di infangare una persona, di cucirle addosso un cappotto, di insinuare un dubbio, emettere una sentenza. Sono troppo duro? Siamo realisti. Tra le varie colpe di cui i cristiani si macchiano non è questa la più grave? La mancanza di misericordia non è forse lo scandalo inaccettabile dei cristiani? Che strano, l’uomo, così faticosamente impegnato a conoscere se stesso, pieno di contraddizioni e di ambiguità, legge con chiarezza irrefutabile la vita degli altri. Ma il cristiano non dovrebbe forse, abitato dallo sguardo di misericordia di Cristo, vedere nell’uomo il capolavoro che Dio ha disegnato nel progetto della sua vita? Viene da dire con papa Giovanni XXIII che scriveva nel suo diario intimo:”Prometto che delle persone che conosco dirò solo il bene. E se non vi sarà nulla di bene da dire starò zitto”. La comunità è chiamata a dare una testimonianza di misericordia e di perdono, a partire dal proprio interno. Ma prima anche noi dobbiamo passare nel torchio della croce, dello sperimentare la nostra povertà per abbracciare ogni uomo con quello sguardo di tenerezza e di misericordia che Dio posa su di me. Potere da gestire come servizio alla felicità dell’altro. Potere che può e deve diventare gioia di suscitare nell’altro potenzialità e risorse a lui stesso sconosciute.

Possano le nostre comunità, marchiate dalla croce, radunate a Verona, mettersi a servizio dell’umanità, diventare missionarie di misericordia, di tenerezza, di servizio. Gratuità, sorriso, piena umanità che, ricevute da Cristo, contagiano i nostri quartieri, le nostre famiglie, le nostre scuole. Dalla logica del sospetto a quella della fiducia, dalla logica

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