L’idea di andarsene, onestamente, non è stata una grande idea.
Con tutti i guai che sono nel mondo non sarebbe stato più bello se fosse rimasto?
Magari avremmo potuto sentire dalla sua viva voce cosa fare, conoscere il pensiero di Dio invece di doverci accontentare di persone degne, ma pur sempre e solo persone come noi…
E invece no. Come spesso accade, nella fede, la festa dell’Ascensione dice moltissimo di Dio e dell’uomo, e dobbiamo avere il coraggio di riflettere, di osare, di capire.

Convertirsi alla festa
Oggi celebriamo la festa della moltiplicazione e della estensione dell’amore di Cristo.
Ognuno di noi può dire, nella fede, a ragione: io ho incontrato Cristo, perché egli non è più ristretto e costretto in un luogo, ma presente in ogni luogo e in ogni tempo, è il raggiungibile.
Lo stesso Cristo che ha camminato con i piedi impolverati duemila anni fa, lo stesso Cristo riconosciuto presente nelle comunità primitiva, lo possiamo incontrare nella fede e, ancora oggi, milioni di uomini e donne dicono di averlo conosciuto.
Di più.
Ora in Dio c’è un uomo. Nella pienezza di assoluto che è l’infinito Dio, c’è il volto ben definito di un uomo: Gesù di Nazareth. È come se, ora, Dio ne sapesse di più, come se Dio avesse imparato anche ad essere uomo (lo so, teologicamente scricchiola, ma poeticamente mette i brividi!).
Nessuno può più dire: "Dio non conosce la mia sofferenza" oppure: "Che c’entra Dio con la mia vita?". Dio sa.

Cerniera
L’Ascensione è come una cerniera nella storia di Gesù e degli apostoli: segna il passaggio da un prima a un dopo cui gli apostoli dovranno abituarsi: Gesù scompare alla loro vista sensibile, torna al Padre pur promettendo una presenza reale.
Gli apostoli, è comprensibile, faticheranno ad abituarsi a questa nuova situazione.
Gli apostoli sono invitati, dopo avere seguito Gesù nella crocifissione e nella resurrezione, a seguirlo anche nell’ascensione, a diventare testimoni del risorto.
L’ascensione segna l’inizio della Chiesa, di questa Chiesa, fatta di uomini fragili e innamorati del vangelo, che dubitano e non capiscono, che portano con fatica l’immensa responsabilità dell’annuncio del Regno.
Con l’ascensione l’umanità entra definitivamente in Dio.
E l’uomo entra definitivamente nell’amicizia con Dio. A noi è affidato l’annuncio del Regno, la costruzione di un mondo nuovo. Dio ci rende degni, capaci di tanto impegno, di guarire ogni malattia e dolore interiore, di cacciare i demoni e le ombre delle nostre paure, di creare luoghi di nuova umanità in un mondo lacerato e sanguinante.
Dio impara ad essere uomo.
L’uomo impara a comportarsi come Dio.

Ascesi
Essere ascesi con Cristo, significa anzitutto seguire l’invito di Gesù a predicare il Vangelo fino ai confini della terra. Gesù è presente per sempre in mezzo a noi, a noi, ora, di riconoscerlo presente nel mondo.
Uno sguardo da “asceso” riconosce i prodigi di Dio nelle culture e nelle situazioni, abbatte gli steccati, riconosce una presenza salvifica in ogni tentativo dell’uomo nel riconoscere i segni della presenza di Dio.
Esiste un modo di avvicinare la realtà e di interpretarla usando categorie economiche (oggi molto in voga), sociali, politiche.
Il cristiano avvicina la realtà da un punto di vista spirituale, leggendo dentro le esperienze degli uomini il dispiegamento della potenza di Dio.
Vivere da “ascesi” significa renderci conto che la nostra meta è una pienezza che trascende, che supera (e di molto) la nostra attuale esperienza di vita. Essere orientati a un destino più grande, che va oltre, che ci attende, significa leggere con molto realismo la nostra quotidianità come un “già e non ancora”: sin d’ora viviamo la presenza di Dio, ma aspettiamo che questa presenza fiorisca nel nostro cuore.
Ma come è possibile incontrare Gesù presente? Il racconto di Marco è esplicito: riconosciamo Gesù nei prodigi, nei gesti, che accompagnano la predicazione degli apostoli.
Come a dire: “Io sono presente, per sempre. Leggi i segni della mia presenza, interpretali, guarda con lo sguardo interiore e riconoscimi nelle cose, negli avvenimenti, nella storia della tua vita”. L’ascensione segna l’inizio della Chiesa, la nascita della comunità come luogo dove dimora il risorto. Ve ne do atto: è molto più evidente notare l’assenza del Maestro nei nostri gesti piuttosto che la presenza ma mi fido. Mi fido: vedendo la tenerezza e l’amore di una catechista, la generosità di un educatore, la presenza discreta accanto al letto di un ammalato io vedo Gesù Risorto asceso, e ne invoco il ritorno, ne accellero - secondo una bellissima interpretazione rabbinica - la venuta.
Dio è presente, per sempre, è il nostro sguardo a dover guarire, a doversi – finalmente – convertire alla gioia.
Perciò, ora, necessitiamo del dono dello Spirito: per vedere.

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