Provo gioia e dolore nello scrivere, oggi.
Gioia per la profonda fede che nutro nei confronti della presenza di Cristo nel mistero dell’Eucarestia, per la consapevolezza che ho acquisito, in questi lunghi anni, della profondità sconcertante di quel povero gesto, della bizzarria di Dio, dell’ingenuità di Gesù. Gioia per l’amore che più di una volta mi ha travolto partecipando all’eucarestia e celebrandola. Gioia per la presenza di Cristo tangibile, evidente, palpabile che ho avuto la grazia immensa di sperimentare in alcuni momenti della mia vita, in un contesto di preghiera e di ascolto della Parola.
Dolore acuto, imbarazzante, ostinato, perché quando parlo di questa cosa alle persone che con me condividono la fede nel Risorto, ai discepoli, sento, troppo spesso, distonia e incomprensione. Dolore per come noi preti fatichiamo a lasciar celebrare Messa a Cristo, pensando di doverla gestire noi. Dolore per il clima affatto fraterno che ho colto in più di una comunità stanca e depressa, chiusa ed impermeabile. Dolore perché la sommità della montagna che è l’eucarestia e che dovrebbe essere fonte e culmine della nostra vita di fede, rischia di essere l’unica flebile appartenenza al cristianesimo per molte persone, una cima senza base, un ottomila che, privato dell’essenziale, si riduce ad una collinetta sparuta.
Ho celebrato migliaia di Messe nella mia vita, migliaia di volte ho reso presente - incredulo, indegno, distratto - l’immensità di Dio. E ancora mi stupisco.

Fa memoria
Ricordati, dice Mosè al popolo, fa memoria del tuo cammino. Della schiavitù e della libertà, e di quanto costi diventare liberi, di quanto deserto occorra attraversare per spogliarsi di tutte le sovrastrutture – sociali, caratteriali, religiose – che ti impediscono di credere e di amare nella nudità dell’essere. Fa memoria, dice Mosè al popolo, della fame che hai patito e del pane che hai ricevuto, il pane del cammino.
La domenica ci raduniamo in obbedienza al comando del Signore, a quell’imperioso «Fate questo in memoria di me» pronunciato durante la Cena, per dare un senso alla nostra settimana, per orientarla verso il vero e il bene, per leggere le mille vicende della nostra vita in una prospettiva di Vangelo.
Fare memoria significa aprire il tombino che sta sotto ai nostri piedi per scorgere, sotto il piano stradale, l’oceano.
Questo è anzitutto l’eucarestia: una terapia contro la dimenticanza, una consapevole ed energica scossa che ci permette di rientrare in noi stessi per trovare, in noi stessi, il sorriso di Dio. Nonostante tutto.

Ci unisce
E questa partecipazione, questo celebrare insieme, questo radunarsi, questo essere convocati ci rende uno, perché uno è il pane che mangiamo, dice Paolo ai litigiosi Corinzi. Vero, verissimo: niente e nessuno potrebbe radunare ogni domenica in Italia quasi dieci milioni di persone, anziani, coppie, giovani (pochi), persone di cultura diversa, di fede politica e calcistica diversa, tutti, in qualche modo, sedotti da Nazareno. Ci rende uno quello spezzare il pane, un’unità che non mi dispiacerebbe ritrovare, almeno un poco, fuori, nel mondo, là dove l’eucarestia diventa vita, là dove mettiamo alla prova la verità del gesto che abbiamo fatto. Il nostro mondo ha urgente bisogno, immenso bisogno di unità, di speranza, di diversità armonizzata intorno ad un sogno, il sogno del Regno di Dio.
E i cristiani latitano, gli illuminati languono.

Intimità
Facendo memoria, facendo unità, incontriamo interiormente, spiritualmente, l’immensità di Dio. Quel pane che ci è donato, dice Gesù, è presenza di Dio, ci cristifica, ci fa nuovi, ci unisce a lui, avviene uno scambio intimo, profondo, misterioso, fra la nostra povertà e la sua immensa grandezza.
«Non possiamo fare a meno di partecipare all’eucarestia», dicevano i martiri di Abitene ad uno sconcertato procuratore romano che li voleva salvare dalla pena di morte invitandoli a non radunarsi alla domenica.
Mio Dio, quanta distanza…
Forse ciò che abbiamo perso nelle nostre Messe non è il fascino della ritualità del latino o la solennità delle funzioni, forse non abbiamo perso l’equilibrio e l’armonia del celebrare, forse non abbiamo perso solo la bellezza delle funzioni, forse non dobbiamo solo ripensare il ruolo del celebrante e l’eccessiva enfasi data all’omelia, forse quello che manca è proprio solo la fede.
Non ci sono santi: se credo che davvero Dio è presente, non riesco a mancare neanche sforzandomi…

Convertirsi
Preghiamo per la nostra conversione, perché ogni discepolo si apra allo stupore, perché ogni prete diventi trasparenza di Dio. Preghiamo perché non “cosifichiamo” l’eucarestia, che sia una forza dirompente all’interno della nostra settimana, un salubre pungolo ad essere maggiormente discepoli, più autentici e veri, più consapevoli dell’immensità di Dio.
Dalla più sperduta delle favelas alla più pomposa delle Cattedrali, dal villaggio di montagna sperduto alle masse oceaniche radunate in occasione dei grandi eventi, l’eucarestia resta il dono più misterioso e arricchente della nostra vita interiore.
Non spegniamo lo Spirito in noi, lasciamo che la grazia ci raggiunge e ci cambi.

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