Funziona così: la domenica sera, finite le varie celebrazioni nelle mie tre comunità, prima di chiudere la chiesa leggo il Vangelo della domenica successiva, così, lasciando che giri nella testa. Poi ci prego un po’ su, nei giorni seguenti, magari approfondisco leggendo qualche librone esegetico. Domenica scorsa – sarà per la fusione da fine estate turistica – non accadeva nulla. Nix: Vangelo drammaticamente muto. La paura – da parte mia – era questa: interpretare quell’ entrare nella porta stretta. Vedevo già le facce scurirsi, i pensieri segreti manifestarsi nello sguardo dei parrocchiani: “ci risiamo: bisogna sforzarsi, e la fede è conquista e i fioretti e bla bla…” Insomma: diversi decenni di predicazione in cui si esalta la mortificazione e il sacrificio non si possono mica accantonare di colpo! Come parlare della gioia del Vangelo, della leggerezza del discepolato, dell’euforia dell’incontro del Maestro tenendo in piedi questo monito di Gesù? Come conciliare la bellezza e lo sforzo? Come non cadere nel rischio di ridurre la fede a moralismo, a cose da fare o non fare, a esortazioni morali che cadono nel vuoto? A “prediche” che nessuno ha più voglia di ascoltare?
La soluzione è arrivata oggi, splendido mercoledì di fine estate. In mattinata, esausto, mi sono dedicato una passeggiata in quota, nella Valsavarenche, a Plan Borgno: un altopiano nascosto intorno ai 2500 metri, di fronte al Gran Paradiso. Mentre ammiravo la maestosità del panorama mi è venuto in mente un aneddoto che raccontano dalle nostre parti, di quel vecchietto montanaro, burbero e scontroso, che si sente chiedere da alcuni villeggianti quanto tempo ci si impiegasse per i piani dell’Entrelor. Il vecchietto, senza alzare lo sguardo da terra disse: “Cammina”. Un po’ infastiditi, pensando che questi non volesse loro rispondere se ne andarono. E il vecchietto: “un’ora e tre quarti”. Incuriositi si fermarono e gli dissero: “Perché non ce l’ha detto prima?” rispose: “dovevo vedere come camminavate”.
Siamo seri: se volete andare in montagna bisogna camminare; ognuno al suo passo, certo, ma bisogna faticare e salire. Poi lo sguardo comincia a spaziare, supera l’orizzonte, emergono nuovi panorami. Gesù risponde così a quei tali che chiedono quanti si salvano: “tu, cammina”. La fede non è un compito di ragioneria, una scienza esatta. La fede è cammino, fatica, coinvolgimento. All’uomo che chiede una ricetta Dio propone un cammino, all’uomo che cerca una scorciatoia per la felicità, Dio indica un lavoro forse duro ma onesto, vero, che ti cresce. Gesù ammonisce a non cadere nella visione di una fede “kit di salvataggio”, al notes pieno di messe subite e di fioretti vissuti, all’andare davanti a Dio convinti della propria salvezza. Ma come: dopo tutta la mia disponibilità, le mie preghiere, le mie devozioni Gesù asserisce di non conoscermi? Sì: il Signore conosce il vizio dell’abitudine, la tensione che si molla, una fede scorciatoia e apparenza. Volete essere discepoli? Camminate. Volete seguire le orme di Gesù? Muovete il primo passo. E’ un tempo strabiliante, il nostro. Tempo duro e ricco, tempo denso e teso dove i cristiani sono chiamati a re-inventarsi, a ri-motivarsi, a ri-dirsi, a celebrare in modo nuovo la solita fede. Non bastano duemila anni di cristianesimo alle spalle, un’organizzazione capillare, schiere di religiose e oratori per vivere oggi Cristo. Isaia vede un popolo nuovo che affianca Israele, vede che Dio supera il rischio della sclerosi ecclesiale suscitando nuovi carismi, nuove idee, nuovo fuoco. Lo riconosciamo? Ne parliamo?
Io non so dare soluzioni, non ne sono capace. Non so come una giovane coppia possa trovare tempo per amarsi e pregare insieme. Non so come un manager possa vivere il Vangelo senza compromessi con l’economia. Non so come un giovane possa vedere in noi credenti degli uomini riusciti e non dei mezzi-uomini. So che Cristo brucia, dicevamo. E che salire porta sempre da qualche parte.
L’alternativa? Sedetevi al tavolino della vita, ordinate una birretta e guardate la vetta. Da lontano.

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